INTERVISTA A CRISTINA CRESTANI

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Avrò avuto tredici anni e a scuola mi annoiavo, così su fogli di quaderno disegnavo i volti dei miei compagni e professori, mi piaceva osservare le forme, cogliere le espressioni.
Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Viveva allora nel mio paese un artista, un personaggio, un sognatore.
Iniziai a frequentare il suo studio affascinata dall’abilità delle sue mani, dalla facilità con cui faceva nascere le immagini sulla tela.
Portavo a lui i miei scarabocchi e lui diceva sempre: “Brava,continua.”
Quello che mi coinvolgeva di più era la sua libertà di pensiero pieno di idealità, completamente diverso da quello delle persone che mi stavano intorno, legato alla realtà quotidiana.
Credo sia questo il motivo per cui ho iniziato a dipingere: la fuga.
La fuga dalle piccinerie, dal dover essere, dalle angherie, dalla visione strettamente economica.
Che cosa cerchi attraverso l’Arte?
Ho inseguito il mio bisogno di libertà, incapace né di ubbidire né di comandare.
I miei primissimi lavori ragazzini esibivano una furia espressionista, poi, dopo studi e ricerche e un percorso travagliato approdai alla convinzione che dovevo proporre qualcosa di positivo, il sogno di un mondo pacificato, dove la vita era vicina al gioco e l’amore visibile, palpabile.
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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?
Mi rivolsi agli artisti del 300-400 italiano che facevano dell’uomo e della sua umanità il centro del loro interesse: Giotto per la sintesi espressiva, Simone Martini per l’eleganza della linea, Pisanello con l’atmosfera fiabesca, Piero della Francesca per i suoi equilibri e la bellezza delle sue figure, il Crivelli per la prezoisità e raffinatezza.
Mi interessavano anche i pittori del primo Novecento che vedevo esposti nelle gallerie della mia città: Carrà, il primo Sironi, Donghi, Oppi e Arturo Mrtini come scultore.
Poi furono le letture dei padri della psicoanalisi a spingermi verso scavi più profondi, complessi che coinvolgevano sogni, simboli e miti.
La mia pittura vive a cavallo di due mondi, quello reale e quello sognato, nella certezza che la nostra realtà non sia l’unica e che l’incanto a cui aspiriamo esista.
I sogni che io dipingo non sono solo miei, fanno parte di quell’inconscio collettivo di cui parla Jung, patrimonio di tutti.
Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
Per quanto riguarda il mercato mi sono sempre autogestita, valutando le opportunità che man mano si presentavano, ho fatto collettive, personali, partecipato a concorsi e a Fiere.
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’Arte?
Chi giovane vuole affacciarsi a questo mondo deve comprenderne i meccanismi, possedere una forte motivazione.
Non può farsi facili illusioni o cercare scorciatoie.
Deve avere cultura e tanto mestiere,organizzarsi un programma tendendo a un chiaro obbiettivo.
Nella vacuità dell’arte attuale c’è bisogno di personalità vigorose e creative.
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Francesco Cogoni.