INTERVISTA AD ANTONELLA BOSIO

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Sono attratta dall’espressione artistica da sempre, colori e matite fanno parte di ogni mio ricordo d’infanzia, ogni Natale o Epifania, compleanno e primo giorno di scuola hanno in comune lo stesso ricordo acquerelli, matite e pastelli a cera.

Mi facevano disegnare anche durante le ore di storia e geografia alla scuola elementare per impedirmi di disturbare.

Successivamente sono riuscita, impuntandomi non poco, a frequentare il liceo artistico e con la laurea in architettura ho trasformato questa predisposizione in una professione, incanalando la creatività artistica in progetti di arredo o in design di oggetti, ma non è sempre stato sufficiente ad esprimere liberamente il mio reale impulso artistico.

Ho sempre tenuto nella mia borsa una matita e un taccuino da disegno.

È solo negli ultimi cinque anni che sono riuscita realmente a dedicare il mio tempo, la concentrazione e l’attenzione sufficiente ad iniziare e costruire un percorso artistico che è in evoluzione continua.

Ho di fatto iniziato piuttosto tardi e ho molta strada davanti a me

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Tra le persone che mi hanno motivato, il primo è più importante in assoluto il mio insegnante di modellato al liceo, Vittorio Pelati uno scultore pazzesco di una semplicità, onestà, umiltà e ricchezza d’animo davvero uniche.

Eccentrico e umile al servizio dell’arte è questo il ricordo che ho di lui.

Importanti lo sono state diverse amiche, nel corso degli anni mi hanno ricordato quanto fosse importante per me esprimermi attraverso l’arte, ognuna di loro mi ha accompagnato in una parte del percorso verso la recente consapevolezza.

Gli episodi che mi hanno tenuta in contatto e spinto prepotentemente verso l’arte sono i momenti bui, eventi purtroppo drammatici.

Io sono una personalità piuttosto socievole, ma estremamente riservata e le discipline artistiche a cui mi dedico mi permettono di esprimere il disagio emotivo che difficilmente riuscirei condividere con le parole, è il mio modo di condividere ed esorcizzare il “nero” Gli artisti, due in particolare: Chagall il positivo, il poeta innamorato della moglie e della vita e dell’umanità.

Ha affrontato un periodo storico tra i più duri e spaventosi, ma la sua arte ha mantenuto speranza colore e musicalità, anche quando indugia alla malinconia.

Pollock per il gesto, il bisogno fisico di rapportarsi con il colore, che fluido ha una sua propria dinamicità e vitalità, con il pennello e con la tela stessa, camminandoci sopra, inchinato su di essa propenso a lasciarsi ipnotizzare osservando il colore che fluido scorre e disegna le sue alienazioni sulla tela.

Cosa cerchi in arte?

Comunicazione, ristoro e salvezza.

Guarigione forse.

Poi c’è una forte componente di curiosità che mi spinge ad imparare, provare osare, fare.

Più che cercare qualche cosa in arte preferisco pensare che sto facendo “ricerca”, cerco la mia particolare caratteristica espressiva (lo troverò mai?), cerco il miglioramento tecnico (quello purtroppo va rieducato dopo tanti anni di inattività), sto ancora cercando di capire quale può essere il mio mezzo espressivo e per questo motivo cambio spesso…

pittura, collage, ceramica, arte concettuale sperimento tutto.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

La costruzione dell’opera.

Di solito ho una prima suggestione, senza forma o colore, un’idea nebulosa che approccio in modo “fisico”, con il gesto, cercando il colore che mi crea empatia.

Poi è come in un dialogo tra persone, un battibecco.

Spatola, pennello, dita, acqua, aggiungo, tolgo, osservo, osservo e osservo, a volte anche per mesi se non sono convinta, archivio e non ci penso per un po’ poi riprendo e ricomincio.

A volte basta poco e tutto si concretizza in modo semplice, lineare, altre è molto più difficile e tormentato fino a quando l’argomento è concluso e i due amici si salutano con un sorriso.

Non lascio mai un dialogo inconcluso.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Quale mercato?

Direi inesistente.

Per principio non venderei nulla di ciò che faccio per rientrare dei soldi che mi è costato, non credo sia giusto.

Non ho “quotazione” ufficiale, ma attribuisco un valore monetario a ciò che faccio che prevede un minimo di rispetto per il lavoro e la serietà con cui mi approccio a questa attività.

A volte regalo, per beneficenza, perché una persona dimostra affetto o reale stima per il mio lavoro, ma il dono segue altre logiche e non c’entra nulla con il mercato.

Nonostante ciò vivo di arte.

La mia anima se ne nutre.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Forse sono la peggiore consulente in questo senso che si potesse cercare… Per vivere mi sono affidata ad altro.

Un consiglio può essere comunque quello di cercare di mantenere un minimo di integrità morale verso il proprio lavoro.

Penso davvero che si possa vivere di arte e che il mercato possa gratificare gli artisti talentuosi, contemporaneamente confido che il talento, quando c’è non si svenda al mercato di fatto annullandosi.

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Francesco Cogoni.