Intervista a Nicola Verlato

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Diciamo che nasce poco dopo la mia venuta al mondo… ho disegnato, modellato, costruito… da sempre, da quando ho ricordi, sicuramente dai due anni in poi, a sette ho cominciato a dipingere a olio, e a nove ho cominciato a frequentare lo studio di un anziano pittore monaco in un monastero nella campagna vicentina.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Sono stato influenzato/stregato inizialmente soprattutto da Caravaggio, poi da Grunewald e Pontormo, Michelangelo, Raffaello e Leonardo.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Inizialmente non ho cercato altro che di assecondare una forza che mi spingeva a dedicare tutti i miei giorni al disegno, ma poi, cercando di razionalizzare e quindi di darmi una direzione precisa, mi sono trovato a concludere che il mio è un tentativo di ritrovare alla pittura e alla scultura (ma anche all’architettura che perseguo in forme di progetti utopistici) una funzione sociale che faccia in modo di riconnettere umanità e territorio secondo un legame emotivo che ritrovi nell’arte le forme del sacro.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Uno degli aspetti che ritengo più importanti del mio lavoro è l’utilizzo di tecnologie digitali 3D nella fase preparatoria delle mie opere, cosa che mi serve a cercare di produrre un rinnovamento estetico delle forme classiche (secondo me le uniche capaci di attuare quel compito sociale di cui sopra) dal di dentro.

E’ una necessità che ho sempre avvertito proprio per rispondere con l’arte alle sfide che la nostra epoca ci pone, cioè a cercare di arginare il processo di espropriazione del significato simbolico del mondo ad opera di forze che considero sradicanti ed egemoni, con una arte sia classica che rafforzata dall’interno proprio attraverso le tecnologie digitali piegate ad una funzione opposta rispetto al loro uso consueto.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Il mercato è diventato nel corso dei decenni, dalla seconda meta’ dell’ottocento in poi, l’unica condizione per garantire l’esistenza dell’operato di un artista, mi auguro che non sarà sempre così e che verrà prima o poi superato da nuove forme di committenza pubblica mediate da un consenso pubblico verificabile formatosi attraverso i social media intorno alle opere di un artista piuttosto che di un altro.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

I consigli che posso dare ad un artista, presumibilmente giovane, è di dedicarsi al disegno con passione e serietà massima, di espandere le sue conoscenze ai media digitali e di concentrarsi con estrema serietà sugli esempi dell’arte più alta possibile mai prodotta dall’uomo, che sono da ritrovarsi nella Grecia antica e nel Rinascimento italiano.

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Francesco Cogoni.