INTERVISTA A MARIANO MARCETTI

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico fotografico?
Ho iniziato a usare una reflex poco più di un anno fa, non avevo nessun amico appassionato e non sapevo niente di fotografia.

Una sera, in occasione di un evento in una bella location, con la presenza di alcune modelle e con l’autorizzazione del fotografo master, portai la mia reflex (una di quelle basiche che hanno più o meno tutti) e provai a fare delle foto, non seguendo il professionista che mi aveva invitato ma sfruttando la location e le modelle e usando il mio punto di vista e le mie prospettive.

Tanti anni di creatività nel interior-design devono essersi convogliati in un attimo nell’obiettivo perché, tornato a casa e scaricate le foto sul pc, mi sono accorto che il risultato mi piaceva.
Da quel momento ho iniziato ad approfondire, a studiare i sacri testi e quelli meno usuali, a guardare ed assorbire immagini di fotografi famosi ma anche di sconosciuti e a sbattere la testa su photoshop e sui software, indispensabili nella fotografia moderna.

L’unica certezza stava nel voler fotografare persone, nel voler fermare in un’immagine un momento o un’idea.

Dopo un inizio che mi faceva saltare dal glamour al ritratto classico a chissà che, iniziai a capire che i mondi che volevo affrontare erano due: la fotografia fashion e quella concettuale.

Le due cose stanno agli antipodi, lo so, l’idea era quella di inserire all’interno di fotografie che dovrebbero trasmettere dei concetti (siano essi idee, emozioni, metafore o paradossi), degli elementi fashion e quindi di moda.

La stessa post produzione che tento di fare per definire l’immagine va in questa direzione, cerco di creare delle particolari atmosfere che abbiano però, all’interno, dei richiami legati al mondo del fashion.

Qualche volta mi lascio andare e cerco di cimentarmi nel fashion puro che, in sardegna, non è facilissimo da affrontare.
Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Ho studiato e studio ancora tanto, come dicevo prima guardo i grandi nomi ma anche quelli meno noti e non c’è un nome specifico al quale faccio riferimento.

Ci sono più che altro delle correnti o dei generi e provengono quasi tutti alla fotografia moderna, quella degli ultimi 20 anni.

Diciamo che nel mondo del concettuale mi piacciono e seguo con attenzione due artiste di origini italiane, Marta Bevacqua e Laura Zalenga e altri artisti quali Oleg Oprisco, Katharina Jung e Kirsty Mitchell mentre per quanto riguarda il fashion, trovo nelle fotografie di Max Simotti un importante punto di riferimento.

Inutile nominare Cartier Bresson, Newton, Mc Curry o altri grandi, è palese che sono un riferimento generale per chiunque.

Voglio anche render merito ad un artista sardo che mi ha insegnato parecchio e che mi ha dato opportunità di crescere dal punto di vista tecnico, della preparazione di un set e della post produzione: Riccardo Melosu che è, a mio parere, il miglior fotografo concettuale che abbiamo in Sardegna.
Cosa cerchi di cogliere ed esprimere attraverso la fotografia?
Fotografo persone, sarà limitativo ma non ho particolare interesse verso i paesaggi o verso altri tipi di soggetti.

Cerco di esprimere sensazioni positive (ma anche negative, perché no?) nella mente di chi guarda, tento di esprimere concetti, di evocare mondi reali o fatati usando alcune volte chiari riferimenti al fantasy come, ad esempio, Game of Thrones (ricorrente nella mia produzione).

A chi fotografo cerco di carpire aspetti della personalità che normalmente non si vedono e, per far questo, mi piace creare un feeling con la modella, partire con pose semplici , che definisco “di riscaldamento”, per arrivare alle cose più difficili nelle quali la modella deve calarsi nella parte che in quel momento deve recitare.

Uso molto quel che la natura offre per cui acqua, piante, fiori, terra e spesso “vesto” le modelle con questi elementi.

Non so se riesco ma vorrei che, a scatto ultimato e postprodotto, si creasse una triangolazione di sensazioni tra chi ha fotografato, chi è stato fotografato e chi osserva, in modo che tutti riescano a calarsi nell’immagine ed a leggerla seguendo le loro sensazioni.

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C’è una parte della tua ricerca della quale vorresti parlare in particolare?

La parte più complessa del mio lavoro è costituita dal far nascere l’idea che sarà l’ossatura portante della storia che poi racconterò con le immagini.

L’ultimo set realizzato, ad esempio, si chiama “amish style” ed è una reinterpretazione del mondo amish fatto con modelle che con quel mondo non hanno alcuna attinenza.

Contrasti, evocazioni, richiami, tutti elementi che dovrebbero indurre l’osservatore a calarsi nell’immagine ed a cercare in sé dei collegamenti a storie, immagini, momenti o situazioni viste, vissute o sognate.

Non è facile, ne sono consapevole, ma credo sia la parte più affascinante di quel che faccio.
Determinante nei miei set, sia nel concettuale che nel fashion, è la squadra perché si ha quasi sempre necessità di una Make up Artist, di un parrucchiere e di stilisti o fornitori di vestiti.

Nel mio caso collaboro prevalentemente con Laurence Angioi e Laura Masia per il make up, con Salvatore Onida, Ambrogio Marras e Mario Doro per l’hair styling e con diversi stilisti, tra i quali quali Gian Giuseppe Pisuttu e Irene Contini per la fornitura degli abiti.

Lo styling del set viene normalmente curato da me.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
Sto lavorando per cercare di costruirmi un mercato, non so se questo avverrà ma, nel frattempo, continuo a fare quel che mi piace nel modo che mi piace.

Da poco ho avuto l’incarico di realizzare le foto di copertina e quelle relative l’articolo principale di un magazine che, su quell’articolo, trattava un tema delicato.

Ho affrontato la cosa con la massima attenzione ma rimanendo fedele al mio gusto ed al mio punto di vista, così come faccio anche nei lavori commerciali che mi capitano.

E’ evidente che sarei contento di poter aspirare a cose importanti ma so benissimo che questo sarà altamente improbabile.

In ogni caso, se un giorno arrivasse quel momento, non vorrò farmi trovare impreparato. 
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere di quest’arte ?
Di lasciar perdere!

A parte gli scherzi, vivere di fotografia è difficilissimo e credo che solo un insieme di fattori quali bravura, fortuna, perseveranza, conoscenze delle persone , adeguati studi del mercato e dei social e continua ricerca del giusto mezzo per proporsi e comunicare, possa… forse, portare qualche risultato.

Ultimo, ma primo per importanza, una bella base fatta di studio dei fotografi importanti, delle regole fotografiche, della tecnica necessaria per avere la padronanza sia della reflex che della luce e dei set.

Probabilmente, una volta che si riesce ad iniziare, non ci si ferma più.

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Pagina facebook: https://www.facebook.com/marianomarcettiphotography

Francesco Cogoni.

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