INTERVISTA A LUCIA PETRACCA

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Quando nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso inizia, in fondo, fin da bambina avendo avuto un nonno antiquario ma anche pittore e arredatore. Si approfondisce all’università, dove, avendo fatto architettura, ho imparato a “progettare” e dove ho capito che per progettare un cucchiaio o una città il processo è sempre lo stesso e ognuno trova il suo.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro ?

Le Corbusier, Le Corbusier e Le Corbusier.

Cosa cerchi in arte?

Cerco unicamente innovazione.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Io progetto oggetti che nascono sempre come incontro fra l’idea, la materia, la funzione, lo spazio (che non è contenitore ma entità), fino ad arrivare all’essenza pura, alla naos, alla qualità intesa come sogno, memoria tramandata, rispetto del materiale, del tempo, della variabilità della percezione.
Non snaturo mai la materia ma rispetto la sua essenzialità, non la nascondo ma ne faccio venire fuori tutte le caratteristiche anche le più brutali.
Non orno e se copro è per scoprire.
Quando progetto mi chiedo: ”quale è l’essenza?”; semplifico, semplifico, semplifico, destrutturo e poi riassemblo (sempre ad incastro) secondo linee pure, linee guida che si contrappongono, che si attraggono e si respingono esaltandosi l’un l’altra.
Non mi piace l’ornamento, l’abbellimento fine a sé stesso.
L’assemblaggio deve essere semplice, visibile o capibile, senza maschere.
Amo la complessità, odio la complicazione; il significante è un valore, il significato un orpello.
La perfezione non mi attrae, la certezza del finito mi deprime, il definitivo mi sgomenta, qualcosa deve essere lasciato al caso, all’altro. L’oggetto deve poter essere toccato, usato, modificato, ma ne deve rimanere l’essenza.
Ogni oggetto deve poter essere riprodotto, ma al contempo deve essere unico quindi trattato pezzo a pezzo manualmente, non si deve svelare in toto ma deve emozionare di volta in volta.
La certezza della forma deve essere messa in crisi dell’incertezza dell’uso.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
Diceva Munari: “Il sogno dell’Artista è comunque quello di arrivare al Museo, mentre il sogno del designer è quello di arrivare ai mercati rionali”. Per chi fa come me la designer (anche se faccio pezzi unici perché trattati manualmente ma ripetibili) il mercato è essenziale, lo studiamo per innovarlo e rivoluzionarlo.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Studio, studio, studio, padronanza della tecnica, inserimento della tecnologia, innovazione, ed essere imprenditore di se stesso.

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sito: http://www.naoslospazioelessenza.it/

Francesco Cogoni.