INTERVISTA A LEOPOLDO BON

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Se devo parlare in particolare dell’inizio della mia attività fotografica devo risalire alla mia infanzia, quando fotografavo i miei genitori ed a seguire passai più tardi alle diapositive e ad una ricerca sperimentale.

Verso i 26 anni cominciai ad interessami alle foto B & N, sviluppo e stampa con la partecipazione al primo concorso Leonessa d’Italia Brescia.

Poi feci una scelta tra ricerca sperimentale di base a livello Universitario sul sistema oculomotore e fotografia e scelsi la prima poiché era molto impegnativo e stimolante.

Ho continuato comunque a fotografare usando le pellicole per diapositive.

Il tutto cambiò con il sistema digitale.

La mia prima macchina digitale fu la Nikon D100 e poi a cambiare; ora uso la D3s ed obiettivi Nikon il 14-24, 24 -70, 70-200, e il duplicatore 2x.
Per quanto riguarda specificamente il percorso artistico, non definito da me, questo iniziò con una mostra fatta a Trieste allo storico Caffè Stella Polare 2010 il cui curatore allora era il prof. Claudio Sivini, anche lui artista triestino, che usando in modo indiretto le parole di Paul Klee “L’arte non deve riprodurre il visibile, ma renderlo visibile”
mi disse: “ le tue fotografie fanno vedere quello che noi non vediamo”.

Questa sua frase ebbe, per me, il significato di “tu sei un artista, superi il visibile”.

Tale visione è stata confermata dal prof. Dario Evola su “Watch and Image”, dal dr. Michele Govoni sulla Nuova Ferrara (06/02/2014), dal dr. Giorgio Grasso sul catalogo DILAISMO (maggio 2016, Galleria d’arte De Marchi Bologna).
Quindi, è da questi giudizi che ho avuto il senso di essere un artista e non un semplice riproduttore del mondo come copia del reale (Dario Evola in Watch and Image edizioni ARTESTAMPA Modena ISBN 9788864622040).
Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

La prima persona a stimolare interesse per la fotografia fu mio padre che mi permetteva di usare la sua camera ogni qualvolta fosse necessario ritrarre lui e mia madre.
Verso i 7 anni partecipai alla prima inaugurazione di una mostra di mio zio Bruno Ponte, pittore, di cui conservo ancora un quadro ad olio dell’epoca.

Ciò mi aprì un mondo e continuai senza impegno a visitare mostre generalmente di pittura e scultura, poco di fotografia.
La mia attenzione ed il mio interesse si rivolsero maggiormente alla pittura e alla grafica quando due miei zii aprirono due gallerie d’arte a Trieste.
Quando, anni dopo, per motivi accademici andai a vivere a Modena, passai dal sistema analogico a quello digitale.

Durante tale periodo, ebbi l’occasione di incontrare Andrea Barbieri, fotografo locale, che mi guidò verso le mostre espositive, per esempio alla Caffeteria dei Musei, insegnandomi come si devono scegliere le dimensioni ed esporre le foto.
Nello stesso periodo incontrai Roberto Rinaldini dell’EIDOS e con lui incominciarono le prime stampe.

Collaborazione che continua tutt’oggi.

A Modena conobbi anche Carlo Bonacini che con Andrea mi fecero partecipare assieme a tanti artisti locali (Fontana, Vaccari, Zagaglia, Forti, Bonfiglioli, Palmieri) ad un libro commemorativo “Ghirlandina e Dintorni 2009”.

Il periodo modenese non fu solo proficuo accademicamente, ma anche fotograficamente.
La collaborazione con Andrea, Roberto e Carlo continua.
La prima mostra in una galleria fu al RIVELLINO a Ferrara nel 2014, grazie alla segnalazione di alcuni amici a cui piacevano le mie foto.

Da questa mostra si innescò un processo che mi portò ad esporre a Bologna allo spazio 9 Colonne (2014).

La mostra bolognese piacque all’organizzatore Valter Fabbri ed alla prof. Giovanna Sciannamè.
Nel 2015 esposi allo spazio E ai Navigli di Milano.

Durante la presentazione a Milano Virgilio Patarini mi definì il fotografo visionario e le foto sagomate (Allucinazioni) foto scultoree.
La Giovanna, detta Gianna, di Bologna, ebbe l’idea, assieme al filosofo Carlo Monaco (Bologna), al critico d’arte Giorgio Grasso (Milano), alla scultrice Giuliana Geronazzo detta Gero (Brescia) di fondare un gruppo definito “DILAISMO”, oltre le trasparenzesteiche e le trasparenze dell’anima.

In questo gruppo fui coinvolto come fotografo, assieme a Lorenzo Viscidi detto Bluer e a Vittorio Simonini.
La mostra inaugurale fu organizzata alla Sala Museale del Barracano a Bologna (2016) con la partecipazione del sottosegretario alla giustizia Ferri, Giorgio Grasso, Carlo Monaco e Valter Fabbri.
Debbo aggiungere che un’altra persona molto particolare e con una visione olistica della fotografia e dell’arte come la Laura Marcolini mi coinvolse per una serie di articoli “Appunti sul sistema visivo -Neurofotografia” per la rivista IL FOTOGRAFO.

Ciò mi permise di porgere concetti complessi del sistema nervoso inerenti la fotografia in modo divulgativo.

Cosa cerchi attraverso la tua arte?

Questa domanda verte sull’intimo e sulla storia personale.

L’arte, secondo me, non è prendere un pennello e fare un ritratto perfetto (Annigoni), prendere un pennello e tirare delle righe, prendere una macchina fotografica e scattare.

L’arte viene da quello che il nostro cervello ha captato degli stimoli esterni durante la quotidianità, durante la nostra vita, lunga o breve (stimoli visivi, acustici, tattili, odorifici, gustativi).

Il cervello, con la sua complessa rete neurale, riesce a riprodurre un suo elaborato attraverso una programmazione del sistema motorio che comprende anche l’emotività, la fantasia e la creatività, sia che si usi un pennello, una macchina fotografica, un martello e scalpello.
Quando comunemente si dice “dipingo con il cuore”, in realtà non ci si rende conto che è una definizione poetica, ma è il nostro cervello che in rapporto alle nostre esperienze sensoriali, empatiche, interpretative e creative produce la nostro foto o il nostro quadro.
Quindi quello che cerco attraverso il mio cervello è di donare agli altri delle sensazioni, evocare in loro una empatia, far vedere cose che altrimenti non vedrebbero e come mi disse il fotografo Luciano Bovina: “bisogna stupire”.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Questa domanda mi piace molto perché usa il termine “RICERCA” e non “progetto”
Quando si fa una ricerca artistica vuol dire per me sviscerare e conoscere se stessi e sviluppare nuovi piani artistici!
Fondamentalmente, per ora ho avuto tre linee di ricerca seriali:
1) Astrazioni: percezioni informali dello spazio
2) Watch and Image
3) Allucinazioni

Se dovessi scegliere di quale ricerca artistica parlare sceglierei Watch and Image.
Watch and Image libro, bilingue Italiano Inglese, pubblicato da Arte Stampa di Modena, rappresenta la storia e lo sviluppo di una ricerca che deriva da Astrazioni: percezioni informali dello spazio.

Questa ricerca è suddivisa in tre parti: Percepire, Riflettere ed Immaginare.

Sia la parte Percepire sia Riflettere deriva da studi sui riflessi nell’acqua, i primi fatti di giorno ed i secondi fatti di notte.

La parte Immaginare invece è in parte dovuta a riflessi ed in parte a situazioni particolari di luce e sfocature.
Se noi pensiamo a quando fotografiamo o dipingiamo ci sono tre processi percepire il mondo che ci circonda, riflettere sul percepito ed immaginare su quello che abbiamo creato.

Desidero accennare alla terza ricerca che è in corso e l’ho definita Allucinazioni.

Questa non si riferisce a riflessi, ma si sviluppa su giochi di luci, specchi e vetri per ottenere la situazione di una allucinazione, che non deve essere data da sostanze farmacologiche, ma da stati d’animo, da alterazioni visive che si possono anche integrare con stimoli acustici, anche se non si odono.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Il mercato in Italia per quanto riguarda la fotografia è di basso profilo e non è per nulla positivo; puoi trovare l’estimatore del tipo di foto che faccio io o di altro tipo, ritratti, paesaggi, natura.

Forse essere più ottimisti gioverebbe e si dovrebbe seguire quindi la Charlotte Cotton con il suo libro “La fotografia come arte contemporanea”.
I mercati stranieri Francia, Germania, USA, Russia, Cina sono molto più aperti al collezionismo fotografico; forse bisognerebbe penetrare in tali mercati.
Per quanto riguarda l’arte in generale, i collezionisti preferiscono investire su nomi super noti, essendo così sicuri di avere sempre un valore.

Però molte volte il valore di un artista noto può subire lo stesso andamento delle azioni, può aumentare, ma anche diminuire.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

La domanda forse dovrebbe essere… un artista che vorrebbe morire d’arte…
Come mi disse un gallerista Ferrarese “l’artista è come il maiale: vale più da morto che da vivo”.
Il problema di fondo è che l’artista deve avere una galleria od altra organizzazione che lo supporti per la promozione e le vendite.

I galleristi seri non chiedono soldi per l’affitto della galleria, ma chiedono il 50% o più sulle opere che vendono e questo è corretto.

Attualmente le cose sono un po’ sciatte.

Il gallerista ti chiede un tot per l’affitto della sala e non si preoccupa che tu venda delle opere.

Se tu fai una offerta opposta, cioè “ti do’ il 50%sulle vendite”, la risposta è: “si vende pochino”.
Consigli: se hai dei capitali alle spalle fai mostre e partecipa alle iniziative che ti vengono proposte, sempre con molto discernimento. Nell’ambito di alcuni anni vedi come si evolve il mercato nei tuoi confronti.

Il colpo di fortuna a darti un aiuto può sempre capitare!

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Francesco Cogoni.