INTERVISTA A GLENDA SBURELIN

stratificazioni

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Andando a ritroso nel tempo, sovente rivedo una bambina, molto taciturna, sempre intenta a disegnare.

Mi torna alla mente, limpido, il ricordo di quel determinato disegno e le sensazioni che ho provato.

Disegnare quindi, è sempre stato il modo di comprendere il mondo e di dialogare con esso.
Dopo l’Istituto d’Arte, mi sono avvicinata al mondo dell’Illustrazione per ragazzi, facendo quasi totalmente, ad eccezione di qualche workshop specifico, un percorso di ricerca e di studio autonomo.

Ho approfondito contemporaneamente varie discipline, come la ceramica, la pittura e la fotografia.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Vengo da una famiglia in cui l’Arte è sempre stata qualcosa di molto lontano e incomprensibile.

Da bambina, seduta ai tavolini nel bar gestito da mia madre, ogni giorno osservavo con grande attenzione, le persone che frequentavano il locale, la grande diversità e ricchezza di “fauna umana”, immaginando le loro storie, il loro profilo psicologico.

Il bar è stato per me un grande “osservatorio antropologico”.

Questa esperienza probabilmente sta alla base di molta della mia ricerca artistica e soprattutto penso sia stata fondamentale nel mio fare illustrazione per ragazzi, aguzzando in me lo spirito di osservazione e di analisi dei comportamenti, che nel disegno si traduce nella capacità di far emergere l’intimità e la natura dei personaggi rappresentati.

Cosa cerchi in arte?

L’Arte per me è semplicemente un’inclinazione naturale, un’indole da seguire e assecondare, un modo personale di comunicare e di percepire la realtà.

Perciò è un bisogno primario, un male necessario, nello sforzo costante di trovare un equilibrio tra la propria condizione di artista e la realtà quotidiana.

La grande difficoltà sta nell’incanalarne l’energia in una direzione che sia anche sufficientemente fruttuosa.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Io alterno spesso gli ambiti della mia ricerca, che come ho già detto vanno dall’illustrazione, all’arte, alla ceramica, alla fotografia e molto spesso le esperienze si fondono, portando il disegno nell’arte, la fotografia nel disegno, l’illustrazione nella ceramica…

Da qualche anno mi sto concentrando sul “tempo”, come concetto bergsoniano, o per meglio dire, sulle “stratificazioni” del tempo nella memoria e come i ricordi, le esperienze e la cultura, plasmano la percezione di noi stessi e della realtà che viviamo.

I simboli, i luoghi, gli istanti del passato, diventano i mattoncini della coscienza, il condominio del nostro abitare il mondo.

Per questa ricerca utilizzo la fotografia, passando poi alla realizzazione di opere in resina.
Nel versante illustrazione invece, applico questa ricerca, attraverso lo studio di una rappresentazione metafisica degli elementi raffigurati.

Nella mia esperienza di mamma di tre figli, ho potuto notare come i bambini attribuiscono un valore metafisico alle cose, che assumono significati differenti dalla loro natura oggettiva: una scatola diventa “casa”, una conchiglia diventa “sensazione”, restituendo alla memoria un determinato istante.

Gli oggetti quindi conservano in sé il percorso di crescita e di sviluppo del bambino.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Il rapporto con il mercato è altalenante, considerando anche il periodo difficile che stiamo vivendo.

Fortunatamente ho un rapporto continuativo con un editore sud-coreano.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

L’unico consiglio che mi sento di dare se si vuole vivere di arte, è quello di avere continuamente un occhio sensibile e attento sui cambiamenti della società e sperimentare sempre nuove soluzioni e nuovi campi, per poter stare al passo con un mercato in continuo mutamento e per fronteggiarne la concorrenzialità e le logiche.

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Francesco Cogoni.