Intervista a Emanuele Cioglia

Quando e come nasce la tua passione per la scrittura?

Già da bambino in età prescolare.

Rimanevo un po’ deluso dalle storie illustrate nelle “nuvolette” dei fumetti che mi leggeva mamma, e le reinventavo sui disegni illustrati a modo mio.

Manipolavo storie.

Alle Elementari feci solo una cosa bene: imparare a leggere. 

Il più veloce di tutti.

Dopo aver cambiato le avventure di Topolino, iniziai anche a divorarle e capirle.

Divenni presto un ragazzino eclettico, assieme ai fumetti leggevo libri di Paleontologia.

Mio padre mi regalò Lucy, un saggio sulla storia di una ominide, allora si diceva la prima donna, Eva, una bestia pelosa.

Erano i primi Anni ’80.

L’idea di discendere dalle scimmie non mi meravigliava affatto, bastava guardare in faccia certi tipi umani per comprenderlo.

Poi le crisi adolescenziali, mi avvicinarono ai poeti romantici, esistenzialisti, i maledetti, oscillavo tra protesta, nichilismo e depressione.

Nomi: Leopardi, Baudelaire, Majakóvskij, Verlaine, Neruda, persino Montale e Ungaretti.

Naturalmente ascoltavo musica.

Cercavo di adeguarmi ai gusti comuni ai ragazzi della mia generazione.

Facevo finta che mi piacessero Madonna ei Duran Duran.

Ma certe corde dell’anima me le toccavano soltanto il primo Bennato, Guccini, De Andrè, De Gregori, e mi vergogno un po’ a dichiararlo anche Claudio Baglioni.

Il più grande dei cantautori italiani, secondo me, però resta Faber, di cui condivido tutta la poetica, e che sento molto vicino anche politicamente, in senso anarchico, e nella sua interpretazione della religiosità umana e di sinistra.

Dai poeti voltai alla narrativa.

Forse tra i primi scrittori ci fu Moravia.

Ebbi il coraggio di leggere il primo volume de La Recherce di Proust da ragazzino, sedici o diciassette anni. Virai sui Russi: Dostoevskij, Cechov, Tolstoj.

Da poco o riletto Delitto e castigo, il più grande, e forse il primo, thriller psicologico di tutti i tempi.

Alle superiori scoprii Hemingway. 

Mi piacque soprattutto nella sua fase giovanile.

Per chi suona la campana e Addio alle armi, penso che siano i romanzi che più mi hanno colpito.

Scoprii Sherlock Holmes, penso di aver letto tutti i gialli dedicati a lui da Sir Arthur Conan Doyle. Maigret e Poirot, vennero di conseguenza.

Sempre alle superiori mi folgorò un certo Bukowski.

Piaceva a mio padre, e gli assomigliava nello stile di vita di allora.

Penso che chi ha letto, o leggerà Charles Bukowski, capirà che ho avuto un padre inconsueto.

Nella mia vita ho letto, più di quanto abbia scritto.

Soltanto un idiota, può pensare di scrivere senza leggere.

Provai prima a poetare, in versi liberi, senza competenze retoriche da manuali metrici.

Da adulto mi approcciai alla metrica, allora capii di essere stato un poeta del piffero.

Comunque avevo voglia di narrare, mi buttai sui racconti.

Subito dopo il diploma collaborai con La Nuova Sardegna.

Mi occupai della Cronaca dei quartieri storici di Cagliari.

Facevo dei fantasiosissimi articoli del Carnevale.

Ratantira, cambara e maccioni, pisciu n’re sparedda e mummungioni.

Ne avevo viste tantissime di sfilate, da ragazzino.

Infatti non andavo mai a prendere appunti a quelle che dovevo seguire per il giornale.

Tanto erano tutte uguali.

Fui il primo a parlare con Don Cugusi, che sotto Sant’Eulalia aveva trovato dei reperti romani.

Bruciammo d’anticipo L’Unione Sarda.

Poi mi misi in mezzo ad una storia di parrocchie e curie, che si contendevano un crocifisso seicentesco rubato, e la mia carriera giornalistica si interruppe a causa del Primo Stato, la Chiesa.

Scherzo, in realtà ciò che mi frenò, fu il delinearsi di quell’incubo che ha messo col culo a terra la mia generazione e le successive: il precariato.

Andavo timido, timido, nella redazione cagliaritana del giornale sassarese di via Regina Elena a portare i pezzi al caporedattore:

  • Non ho ambizioni immediate.

Dicevo.

  • Ma in futuro, dico in futuro, magari dopo la laurea, ho qualche possibilità di entrare in redazione?
  • E la laurea non ti servirebbe a un cazzo.

Di fronte a queste prospettive occupazionali, puoi immaginare che a insistere dovevi essere un kamikaze.

Subito dopo mi misi a vendere enciclopedie multimediali.

I primi cd rom.

Lo davamo gratis assieme alle edizioni cartacee, e al lettore della Philips.

Gratis a quattro milioni e mezzo.

Ma non voglio divagare.

Con un lavoro di questo tipo decisi di sposarmi.

Per fortuna la mia compagna era stata assunta a Città Mercato.

Naturalmente smisi quasi subito di fare il venditore malandrino.

Iniziai a lavorare come Pony Express, per una società che collaborava soprattutto col gruppo editoriale de L’Unione Sarda, quindi giornale più Videolina.

Non esistevano e-mail, quindi noi eravamo una sorta di posta elettronica motorizzata su scooter.

Di sicuro qualcuno di noi, consegnava anche cocaina a qualche… mi fermo qui per evitare querele.

Dopo un mese di avanti e indietro con lo scooter, ed aver investito soldi per comprarmelo, ed essermi fratturato un braccio, cadendo proprio davanti al pronto soccorso in un giorno di pioggia, mi accorsi che anche questi non pagavano.

Nel frattempo, tra una consegna non retribuita e l’altra, consegnai alla Redazione Cultura de L’Unione Sarda, dei racconti, tema: la settimana perfetta del lavoratore precario Anni ’90.

Una serie di situazioni grottesche, ispirate al mio vissuto.

Fui il primo a parlare di questi argomenti.

Il caporedattore cultura di allora, rimase molto impressionato, mi sembra si chiamasse Marco Manca.

Uscirono tre o quattro paginoni di miei racconti sul principale quotidiano sardo.

A retribuirli neanche per sogno.

Gloria, e Ave Maria.

Però le parole di quel giornalista mi contagiarono l’anima, mi indussero a non mollare.

Sembrava sinceramente convinto delle mie qualità.

Fu lui la causa del mio “mal di scrittura”. Una piacevole e dolorosa fissazione, per me incurabile.     

Quali persone, situazioni o scrittori hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

La vita prima di tutto.

La genetica poi.

La forza avita dei miei.

Soprattutto la voglia di leggere e trovare le parole per provare a raccontare quanto avveniva nella mia testa, e nelle teste altrui, nel mio cuore, e nei cuori altrui.

Nei miei sensi e nei sensi altrui.

Dare parole alle immagini, ai suoni, ai profumi, agli stati d’animo, alle rabbie, ai dolori, alle pazzie, al mondo…

Parole come particelle di io e di mondo esterno, di universo e di microscopico.

Di sé e di altrove.

La mia vita, purtroppo o per forza, è sempre stata un casino.

Sin da bambino ho maturato una sensibilità dolorosissima, direi dostoevskijana, una specie di nervo psichico e nevrotico che, attraverso ansie e ipersensibilità, m’ha sbattuto in faccia l’umanità e la disumanità dell’animale uomo.

Sono cresciuto con personaggi strani, atipici, in primis i miei genitori.

Gente vera comunque, a cui le facciate borghesi erano colate via come maschere di cera.

Gente nuda, sentimenti nudi.

Gente a nervi e anima scoperta.

Persone che credevano in un mondo migliore, ribelli come mio zio Carlo, persone che non ce la facevano a vivere e venivano svuotate dalla depressione, come mia madre.

Esseri umani.

Uno zio anarchico, che ne ha combinate molte, capace della bontà più assoluta e della negligenza più disarmante.

Un padre bukowskiano, fotografo di navi da guerra, professore, innamorato pazzo di una donna perduta.

E le letture, Maigret, Holmes, Pepe Carvalho, Nero Wolfe, l’Ingravallo gaddiano, Montalbano.

Tutti “personaggi animati”, non fantocci da fiction.

Connotati. 

Poliziotti e investigatori privati di carne, ossa, e dolori.

Tra l’altro controcorrente, navigatori in direzione ostinata e contraria.

Mixando tutto questo, m’è venuta l’idea di un commissario di polizia scazzato, alcolizzato, dalle tendenze anarchiche.

Bevitore d’Ichnusa e dilettante filosofo.

La filosofia, è un’altra mia grande passione, più non la capisco e più mi appassiona.

Ecco allora il commissario Libero Solinas.

Sempre in combutta contro i poteri costituiti.

Nella fattispecie magistrati, superiori, polizia scientifica, medici legali, e se stesso.

Sempre pronto a difendere gli oltraggiati, gli esclusi, i poveri cristi, gli imbroglioni imbrigliati dalla società.

Occhio a Cristo e Dio, eminenze in bianco & nero pregnanti nei miei romanzi.

Questa considerazione mi riallaccia al concetto di Male, centralissimo nei miei lavori.

Tutti gli antagonisti al commissario, nei quattro libri soliniani (Il mozzateste, Tranquillo come una salma, Asia non esiste, Mutamorfosi), costituiscono forme di male folle, psicopatico, senza diluizioni e possibilità di redenzione.

Perché? Sono un’allegoria dei nostri tempi.

La perdita di riferimenti.

Di boe di salvezza.

La deriva.

Il cortocircuito d’odio che negli Anni ’30 ha generato il Nazismo.

Ma che c’è stato prima di Hitler, e di cui si notano i germi anche oggi.

La banalità del male esiste tutt’oggi. 

Anche nell’indifferenza delle istituzioni ai bisogni della gente.

Nel putrido delirio stagnante dei diritti negati, basta passare qualche ora ai servizi sociali per capirlo.

Assenza di lavoro, di sogni, di prospettive, giovani che emigrano in cerca di fortuna, padri e madri di famiglia a mendicare sussidi, dignità mandate a fanculo davanti ad uno sportello delle Agenzie del Lavoro.

Ditemi se non è male questo.

L’abbandono desolante dei diritti umani, anche i più basilari.

La Costituzione oltraggiata.

La gente costretta a mendicare diritti umani e inviolabili.

La Costituzione, che quando la citi per difenderti dalla burocrazia e la fame, ti ridono in faccia, proprio negli uffici pubblici, dove dovrebbe essere il Vangelo.

Questo è il NOIR.

 Cosa vuoi esprimere attraverso la scrittura?

La scrittura, la letteratura, è vita e morte.

Eros e Thanatos.

Noi raccontiamo storie, piccoli mosaici, infinitamente piccoli e maledettamente grandi.

La scrittura esprime vita.

Piccolissima ed enorme come la conosciamo. 

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Sì. Vorrei lanciare il mio nuovo lavoro.

Non so neanche ancora se prenderà forma e se lo porterò a termine.

Quindi in realtà non sto lanciando nulla.

Parla di un sogno, un’utopia, la Rivoluzione a partire dalla Sardegna.

Un gruppo di matti forse ci ha creduto.

Negli Anni ’70 e ’80.

In maniera incantata e disincantata.

Un’idea semplice che si scontrava con un intrico e intrigo colossale.

Era il periodo del caso Moro, delle Br, Guerra Fredda e Anni di Piombo, Gladio, P2, eppure quell’idea semplice e rivoluzionaria voleva trovare il suo spazio…

Ci passò anche la mia famiglia, di striscio, io ero un bambino, e quel bambino s’inventa una sua storia, un po‘ vera e molto finta, volutamente disorientante, mescolando elementi biografici con favole e fantasie.

E‘ un romanzo costruito su una specie di doppio binario, da una parte la vita del bambino, negli Anni ‚80, dall’altra i ribelli che cercano di portare la Lotta Armata in Sardegna. Doppio binario che si incontrerà sul finire, speriamo senza disastri né ferroviari, né narrativi…

Qual è il tuo rapporto con le case editrici e che possibilità ci sono di emergere per un giovane scrittore?

Le case editrici sono un cosmo, spesso indecifrabile.

Ne esistono migliaia.

A pagamento, che non pagano, piccole medie, tutte lottano ogni giorno per sopravvivere, al mercato e ai i grossi gruppi editoriali, che vogliono comandare.

In Sardegna per la narrativa ne esistono tre o quattro valide.

Nessuno scrittore guadagnerà mai con loro. Nessun rimprovero però.

Si arrangiano come tutti noi.

Certo non cambieranno mai la vita ad un giovane scrittore, e neanche a uno di mezza età come me.

Le tirature medie in Sardegna si stimano in 500 copie.

I diritti d’autore sul prezzo di copertina corrispondono all’8%, lordi.

Zero possibilità, anche solo di pensare di arrotondare con la scrittura.

A livello italiano migliora certo, ma quasi nessuno campa di scrittura.

Tirature di 20mila o trentamila copie, garantirebbero una certa rendita.

Ma bisognerebbe sfornare successi editoriali tutti gli anni.

Certo qualcuno ogni tanto fa l’exploit…

Il mercato italiano resta comunque limitato.  

Si legge poco.

Già scrivere in inglese, ad esempio, sarebbe un vantaggio.

Giovani scrittori scrivete in inglese, avrete possibilità di entrare in mercati molto più ampi.

Fate ricerca.

Cercate di trattare argomenti d’interesse.

Non ammiccate, evitate l’artificio letterario e la retorica, l’affettazione parolaia, siate sinceri, toccate corde sensibili.

Leggete e osservate il mondo che vi circonda.

Dispensate speranze.

Parlate d’amore, di virtù, e di vizi.

La gente e i lettori hanno bisogno di speranze.

Io però non ne ho date, quando deciderò di diventare famoso lo farò… Questi i consigli…

Cosa consiglieresti ad uno scrittore che vorrebbe vivere di quest’arte?

Quando lo scopro non ve lo dico.

Altrimenti mi imitate e io perdo il lavoro…

Profilo facebook: https://www.facebook.com/emanuele.cioglia?fref=ufi

mail: [email protected]

Francesco Cogoni.

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