Intervista a Mimmo Caruso

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Nei primi anni ’70 quando ancora studente di architettura a Roma per motivi di studio e di analisi mi avvicinai al mezzo fotografico e qualche anno dopo capii che quello era il mio mezzo espressivo più congeniale.

Da subito il mio interesse si è rivolto prevalentemente al paesaggio, al territorio, alle periferie con qualche incursione in altri generi.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Non ci sono in particolare fotografi che mi hanno influenzato, o meglio, sono tanti che, man mano nel corso degli anni, attraverso lo studio e le conoscenze culturali, ho trovato con questi molte vicinanze.

In origine il mio modo di considerare il paesaggio è stato profondamente influenzato, fin dalla mia infanzia, dal cinema, in particolar modo dal cinema di Antonioni, Pasolini, Wenders ma per arrivare anche a certo tipo di commedia italiana, con le sue periferie sempre descritte in modo significativo.

Poi sicuramente i fotografi americani a cominciare da quelli dell’FSA degli anni 30, a Robert Frank e Lee Friedlander, ai più recenti Stephen Shore, Joel Sternfeld e Luigi Ghirri in italia, i tedeschi primo tra tutti August Sanders.

Insomma sono tanti e sicuramente ne dimentico qualcuno ma fanno parte tutti della mia formazione visiva.

Cosa cerchi attraverso l’arte della fotografia?

Già la definizione “arte della fotografia” non mi piace perché risente di un retaggio che si trascina sin dalla sua scoperta.

La fotografia non è ancella delle altre arti figurative, ha un linguaggio specifico e autonomo e non può essere avvicinata all’arte, semmai molto di più alla filosofia.

Certamente come sempre esistono fotografi che si possono definire artisti ma niente a che vedere col talento, in fotografia non si può essere naif.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

No.

La mia attenzione e sempre rivolta ai nuovi progetti, anche a quelli chiusi nel cassetto ma che prima o poi verranno fuori.

La mia attenzione verso la fotografia è sempre la stessa e prediligo il paesaggio antropizzato e un territorio, un luogo, anche ben conosciuto perché magari ci passo tutti i giorni, fintanto che non lo esploro con l’intenzione dichiarata di volerlo fotografare non riesco a comprenderlo completamente, anche se poi vi è da dire che se ho deciso di fotografarlo la ragione è che lo amo, cioè l’ho fatto mio.

Al momento in cui lo fotografo, infatti, appartiene a me.

Nelle mie foto non vi è mai un intento polemico o di denuncia; quando fotografo un luogo, per quanto possa apparire negletto o marginale, cerco di trovarvi la bellezza, che non appartiene solo ai luoghi privilegiati o a quelli monumentali, ma è possibile rintracciarla ovunque.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho alcun rapporto col mercato.

Ho sempre fatto scelte in assoluta libertà, anche quando dovevo rispondere a una committenza privata o a una amministrazione pubblica, se c’erano vincoli rinunciavo al lavoro.

Certo, questa fotografia di nicchia rischia di tagliare i ponti, proprio per la natura complessa del suo linguaggio e delle scelte radicali alle quali è necessariamente esposta, rispetto ad una più ampia diffusione nella società; ma se questo è lo scotto che bisogna pagare di fronte alla libertà e alla coerenza del proprio impegno in fotografia, allora ben venga questo isolamento che trovo, alla fine, anche vantaggioso rispetto a scelte di natura consumistica fatte soltanto per compiacere un pubblico superficiale.

Cosa consiglieresti ad un giovane che vorrebbe vivere di quest’arte?

Di fotografia non si vive, a meno che non sei introdotto nel mondo mercantile dell’arte che stabilisce se sei o non sei un bravo fotografo. Bisogna rassegnarsi e fare delle scelte.

La mia scelta è stata radicale, faccio un altro mestiere per vivere e la fotografia l’affronto con assoluta libertà ma con il massimo impegno.

Ai giovani fotografi consiglio di non guardare solo a se stessi ma di studiare quello che si è fatto e si fa in fotografia, senza una buona cultura fotografica non si va da nessuna parte e gli argomenti sono spesso complessi nonostante la fotografia sia considerata “facile”.

Sito: mimmocaruso.com

Francesco Cogoni.

Precedente Intervista a Pasquale de Sensi Successivo Intervista a Francesco Petrone