Intervista ad ENRICO CORTE

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La tua ricerca artistica è molto varia, dai primi anni ’80 ad oggi quant’è cambiato il tuo fare arte e quanto è cambiata la realtà che ti circonda?
Il mio “fare” ha sempre significato “movimento”: viaggi, spostamenti, promiscuità.

Le opere hanno assecondato questi continui mutamenti di prospettiva adeguando le loro forme e contenuti alle nuove esperienze che la vita ha offerto e continua a offrire.

La realtà che mi circonda, dunque, è sempre stata cangiante, ed ha sempre cambiato in meglio, perché le nuove esperienze non possono che rafforzare un artista.

Con tutte queste variabili non credi che sia difficile inquadrarti?

Mai farsi inquadrare. A che scopo, poi?

Vendere meglio?

No, non è così che funziona il vendere/comprare.

Nessuno può vivere pensando al modo migliore di farsi inquadrare, meno che mai un artista che al limite “inquadra” lui le proprie opere. Però ho notato che c’è chi riesce, o si illude di riuscire, a inquadrarti ad ogni costo… questo è buffo, quando accade.

Come nasce una nuova produzione?

Le nuove produzioni nascono come sfide: “riuscirò a realizzare qualcosa che ancora non ho sperimentato?”

Ecco, più o meno nascono così.

Se il futuro non riservasse sorprese, che futuro sarebbe?

Intericon Rendez-vous

Hai sorprese per il futuro?

Ho avuto, a volte, in passato, la sensazione stupida di aver visto tutto, di non potermi aspettare altro che noia e deja vu: sono sempre stato contraddetto dall’avvicendarsi degli eventi, per cui adesso so bene che le sorprese non finiscono mai — ma a volte bisogna anche saperle cercare.
Torniamo in tema mercato, quanto influisce il mercato sulla ricerca artistica o sul prodotto di un artista?

Dipende dal tipo di artista in questione.

Ogni artista è fatto/fatta a modo suo: tanti “mondi a parte”.

Esistono anche diversi tipi di “mercato”: quello delle fiere/fierine/fierazze di provincia (o più blasonate); quello dei grossi musei internazionali; quello dei salotti-bene della borghesia romana o milanese, ecc. ecc.

Quindi non si può generalizzare.

Per me l’arte è un sistema di conoscenza del mondo e non uno stratagemma per sbarcare il lunario, quindi… rivendico la mia libertà da questo tipo di schemi.

Il mercato riguarda i mercanti, ma il lavoro del mercante è diverso dal mio, anzi l’arte non è nemmeno un lavoro.

A quanto ho capito fare arte è un modo di stare al mondo, ma per stare al mondo bisogna sopravvivere, cosa consiglieresti ad un artista che fa ricerca ma non vende?
Trovarsi ciò che negli Stati Uniti viene chiamato uno sponsor (parola che in Italia ha un significato leggermente diverso).

In pratica, un mecenate che ti sovvenzioni, che può essere anche il proverbiale “marito ricco” o “moglie ricca”, e soprattutto influente. Questa figura dello sponsor vale per tutti: è necessario per gli artisti poveri E per quelli ricchi; per gli artisti giovani E per i vecchi, ecc. Lo sponsor è il personaggio potente che sposta i riflettori della fama su di te, permettendoti di brillare sul palcoscenico dell’arte.

È un ruolo fondamentale perché non c’è tutta questa acclamazione a furor di popolo per un artista, là fuori: non c’è mai stata per nessuno, indipendentemente da ciò che si produce. Tutti sono troppo distratti, se nessuno indica loro cosa guardare.

Occorre anche aggiungere che usualmente lo sponsor è colui o colei con cui l’artista, tra le altre cose, va a letto.

Lo sponsor, ovviamente, non si trova al supermercato. Come lo si acchiappa, allora?

Questo ci riporta alle mie frasi all’inizio della tua intervista, e così il cerchio si chiude: “movimento, viaggi, spostamenti, promiscuità”.

from the Art Brothel series

Per saperne di più: http://www.enricocorte.net/

Francesco Cogoni

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