INTERVISTA AD ANDREA IBBA MONNI

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Quando e come nasce il tuo percorso di ricerca teatrale?
Nel 2007 ho incontrato Ga’ e insieme abbiamo avuto il bisogno di produrre gli spettacoli che da spettatori avremmo voluto vedere in scena: non necessariamente rappresentati in un palcoscenico tradizionale, anzi, abbiamo iniziato subito con allestire spettacoli in luoghi non convenzionali (dal Castello di Villasor al Convento di Mandas) e soprattutto con tematiche e stili non esplorati prima in Sardegna.

Siamo partiti dal corpo e dall’animo umano, quasi rifiutando copioni già scritti.

Nascono così spettacoli come “Air can hurt you” (2008) e “Snuff- pornografia allo stato impuro” (2012) passando per “La dolce morte di Virginia G.” (2013) e l’ultimo “Cuore di Tenebra” (2016): con la volontà di fare qualcosa che a noi per primi stimolasse curiosità.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Da Pina Bausch a Marina Abramovic, passando per Dale Bozzio, David Lynch e Philip Glass, sono tante le contaminazioni e gli artisti che influenzano il mio lavoro.

Dipende dal periodo, dalla necessità, dalla curiosità del momento.

Vedo tante cose, ascolto molta musica, leggo, studio costantemente spinto dall’istinto.

In questo momento del mio percorso artistico ad esempio, la mia attenzione è sulla musica rap, la fotografia di Bruce LaBruce e la storia e i miti della Sardegna.

Cosa cerchi di esprimere attraverso l’atto scenico?
Cerco di toccare davvero la mia anima, cerco la pelle d’oca, suscitarmi dei brividi dietro la nuca, arrivo a volte a volermi spingere alle lacrime… e sono una persona difficilmente emozionabile.

Credo quindi che se almeno una di queste cose avviene, lo spettatore non potrà neppure lui restare indifferente a ciò che vivo per lui.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

La parte più frustrante del mio lavoro è quella che precede la stesura nero-su-bianco di un progetto artistico: è il momento nel quale la mia testa non pensa ad altro ma non vivo ancora l’esperienza di tradurre le mie idee per iscritto.

È faticoso vivere e convivere con una miriade di idee confuse nel mio immaginario, ma io so che sta per arrivare il tempo dell’ordine… come se ci fosse un macchia di colore che so che a breve riuscirò a sezionare nei vari colori da infilare ognuno nel suo tubetto e che in seguito utilizzerò per dipingere un quadro.

Che possibilità ci sono di emergere per poter vivere di teatro?

Se sei pronto a sacrificarti, a portare avanti idee fortissime (in quanto davvero tue) a qualunque costo, se sei pronto a collaborare con gli altri senza però indietreggiare di un passo rispetto alla tua identità e autonomia, allora ce la fai.

Il mondo del lavoro è difficile in tutti i campi e solo la vocazione e la dedizione possono farti emergere: non ti aiuta nessuno, anzi se possono ti ostacolano volentieri, ma devi ricordarti che fai teatro per chi sta tra il pubblico, non per chi fa il tuo stesso lavoro.

Cosa consiglieresti ad un attore che vorrebbe vivere di quest’arte?
Se vuoi fare di un’arte il tuo mestiere, inizia davvero a considerarlo un lavoro e comportati come se facessi un lavoro qualunque: sii concreto, sii puntale, preciso, educato, costantemente in aggiornamento.

Essere artista non significa fare il cliché dell’artista, tutt’altro.

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Contatti:

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http://www.feraiteatro.altervista.org/

Le foto presenti nell’articolo sono di Sabina Murru.

Francesco Cogoni.

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