Intervista ad Alberto Terrile

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

 

A tre anni con una fotocamera giocattolo di plastica  chiedevo ai miei  parenti di mettersi in posa perché  volevo fare loro una “CROBATIA” ( non sapevo ancora pronunciare la parola fotografia).

Non una macchinina, non una pistola o un triciclo ma una finta macchina fotografica fu il  regalo.

 

Era un destino segnato.

 

In realtà, sin da piccolo, avevo vocazioni pittoriche che poi si indirizzarono sui debiti insegnamenti .

Studiai al Liceo Artistico dal 1975 al 1979  e successivamente mi diplomai in Pittura all’Accademia Ligustica di Belle Arti nel 1983.

I  primi esperimenti fotografici sono  però riconducibili al 1979 in contemporanea con il mio lavoro pittorico.

Quanto realizzai con una fotocamera presa in prestito , sebbene fossero balbettii fotografici, mi indusse  interrogarmi sull’oggetto prodotto per poi  iniziare a indagare con forza la fotografia partendo dal ritratto.

Attribuisco una grande importanza nel creare una relazione con il prossimo.

 

“Amare la fotografia significa avere cura del tempo.  Il nostro tempo e quello dell’Altro” .

 

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

 

Per certo, il primo e vero “Maestro” fu l’artista visivo Stefano Grondona che mi diede le basi e gli strumenti per rendermi autonomo nello sviluppo e nella stampa “fine art” delle mie immagini. Stefano fu però un  grande maestro di “Visione” con un approccio personalissimo e molto particolare.

Quanto mi ha fatto sperimentare è il tesoro che custodisco . Il suo concetto di “punto di visuale” era sui generis per l’epoca e ha dato un grande imprinting  al mio modo di rapportarmi con lo spazio e la corporeità.

 

Sin da giovanissimo ho fatto bagaglio di aneddoti e consigli  da artisti come lo scultore  Lorenzo Garaventa allievo di Eugenio Baroni o  Michelangelo Barbieri, anche lui scultore che aveva studiato con Oskar Kokoschka

 

Gli artisti che mi hanno influenzato provengono però  spesso da altre arti ne citerò alcuni

 

Per il cinema :  Ingmar Bergman, Carl Theodor Dreyer, Stanley Kubrick, David Lynch, Wim Wenders, Agnes Vardà .

 

Per l’ Arte : Caravaggio, Piero della Francesca,  Rembrandt, Hubert e Jan van Eyck, Man Ray, Marcel Duchamp, René Magritte ( il  suo quadro ” il terapeuta” è  stato prima fonte iconografica  d’ispirazione per il mio lavoro sulla figura dell’Angelo) .

 

Per la fotografia : Fox Talbot , Richard Avedon, Arno Rafael Minkkinen

 

 

Cosa vuoi comunicare attraverso l’arte della fotografia?

 

Intendo l’Arte come custodia della bellezza del Creato.

 

Sant’Agostino afferma nel De Vera Religione che la bellezza di Dio fa belle tutte le cose le quali, confrontate a Dio risultano brutte, evidenziando anche come l’invisibile emerga come ragione del  visibile: «richiamati dalle cose che giudichiamo a guardare ciò in base a cui giudichiamo, e volti dalle opere delle arti alla legge delle arti, contempleremo con la mente quella  bellezza al cui confronto sono brutte quelle cose che, grazie a essa, sono belle».

 

L’arte figurativa, che si pone il compito di scrutare la profondità del creato, può rintracciare in esso il Creatore.

 

L’apparecchio fotografico come una maschera, copre il volto e crea la giusta distanza tra l’occhio e quella realtà che la fotografia trasforma. Tutto è possibile grazie a una visione interiorizzata e vicina all’Anima: guardare con gli occhi del cuore le cose per poi “riscriverle” attraverso il proprio sguardo.

Quando ritraggo, la mia tensione è rivolta a “vedere” al di sotto di tutto ciò che vive per  cogliere ciò che agli occhi non appare. Questo è un paradosso visto che , sin dalla sua nascita, la fotografia venne salutata come la téchne che avrebbe finalmente restituito un’immagine oggettiva delle cose.

Fotografare significa in qualche modo mutare di forma ciò che si fotografa; e non tanto quella dell’oggetto visibile, che è un corpo, che è materia, ma trasformare la forma di quell’invisibile che lo sottende, e che emerge attraverso il processo di ri-velazione.

 

Ri-velare: scoprire ciò che era velato, fuori vista, segreto, “Rendere visibile l’invisibile” disse Paul Klee.

 

 

Quando fotografo cerco di cogliere l’essenza delle cose e delle persone attraverso le forme del mondo.

Ciò che declino è il delicato equilibrio tra l’apparire e l’essere, tra l’esterno e l’interno di ogni essere vivente.

C’è una parte della tua ricerca a cui tieni in particolare?

 

Tutte le fotografie che da oltre quarant’anni scatto hanno la loro importanza , il loro motivo di essere.

 

Il lavoro sul tema dell’Angelo è  per certo il work in progress che mi ha fatto conoscere in parecchie parti del mondo e ha generato tre libri ,innumerevoli mostre in Italia e all’estero e pubblicazioni.

 

I tre libri

 

°1998 Sous le signe de l’Ange, edizioni Petit Palais

 

° 2008 Nel Segno dell’Angelo 1991/2008, edizione limitata di 1000 esemplari per il Festival della     scienza di Genova

 

° 2012 Sous le signe de l’Ange, Jacques Flament Editions

 

C’è poi tutto il lavoro legato alla fotografia etica e le realtà difficili ( Le Rsa e l’invecchiamento attivo, la comunità transgender genovese, i disabili della comunità di Coronata, il Parkinson e altre malattie degenerative, l’anoressia ) .

 

La ritrattistica dopo decenni dedicati a divi e personaggi dell’Arte ora si è fatta ancor più antropologica indagando la  morfologia della razza appenninica , progetto al quale ho iniziato a dedicarmi quindici anni fa .

 

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

 

Alle autostrade preferisco le strade bianche e i viottoli di campagna.  Mi considero un outsider per vocazione.

 

Ho gestito prevalentemente in solitaria il mio operato  fotografico appoggiandomi a due sole gallerie, per poco tempo  in oltre trent’anni.

Non amo granché il mercato e i mercanti, amo esser libero di decidere i formati e le tirature così come la programmazione delle mie mostre.

In modo  forse romantico e poco contemporaneo  credo che si debba mostrare il lavoro quando è il momento giusto non altrimenti. Non sono per l’Arte brandizzata.

Faccio  quindi tutto da solo, tengo personalmente i contatti con le realtà espositive prediligendo, abbazie, musei e spazi alternativi rispetto alle più classiche gallerie.

 

Cosa consiglieresti ad un giovane che vorrebbe vivere di quest’arte?

 

Sono pragmatico oggi più che mai avendo compiuto sessant’anni e dico in totale  onestà ,

: … non si vive di arte, al massimo ci si nutre di arte!

 

Dovremmo imparare a  guardare di più e fotografare di meno!

 

Dobbiamo nutrirci di cultura per contrastare l’appiattente abbrutimento delle cose, questo mondo globalizzato, spersonalizzato e seriale, saturo di immagini che si schiantano ovunque alla velocità della luce producendo noia e “un rumore bianco” !

 

BIO:

Alberto Terrile (Genova -11 marzo 1961)

 

Fotografo creativo free lance da oltre quarant’anni. Attivo nel campo  editoriale, dello spettacolo e pubblicitario.

Specializzato nella ritrattistica, è stato  vincitore del 1 premio nazionale Progresso Fotografico nel 1989 e due volte standard di eccellenza al Kodak European Gold Award. Collaboratore per editoria cartacea e musicale (Einaudi- Zanichelli – Mondadori – Giunti- Lietocolle – Sugar ). Conosciuto in Italia e all’estero per il suo work in progress sul tema dell’Angelo nella contemporaneità promosso nel 1995 a Berlino dal regista Wim Wenders e poi approdato nel 1998 presso Il Museo del Petit Palais di Avignone (Fr) per la personale  “Sous le Signe de L’Ange”

E’ stato il primo artista italiano in occasione della mostra internazionale “Disegnare il Marmo” Carrara 2005 a stampare su marmo alleggerito una sua opera di grande formato. Ha esposto in Italia e all’estero, pubblicato 4 libri a suo nome oltre a altri contributi testuali.  Si occupa di fotografia etica scandagliando il mondo dell’Alzheimer, del Parkinson, occupandosi dell’ invecchiamento attivo nelle Rsa  e della comunità transgender genovese.

E’ titolare della cattedra di Fotografia all’Accademia lingustica di Belle Arti di Genova.

 

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Francesco Cogoni.