Intervista a Valeria Secchi

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Credo che gli anni trascorsi in Accademia abbiano dato il via al mio percorso. Decisi di iscrivermi come uditore durante gli studi di magistrale in filosofia. Scelsi due corsi, pittura e illustrazione, tenuti rispettivamente dal professor Pierluigi Calignano e dalla professoressa Pinuccia Marras.

Con entrambi si instaurò un dialogo per me nuovo ma atteso, fatto di consigli su libri e registi (tra gli autori suggeriti dal professor Calignano ricordo in particolare Dewey e Waters) e folli dispute tra scrittori (mi fa sempre ridere pensare alla discussione con la professoressa Marras su chi fosse meglio tra Dostoevskij e Tolstoj).

Grazie alla loro guida nacquero i miei primi lavori, e ai primi lavori seguirono le prime mostre. Voglio ricordare in particolare quelle al LEM, spazio in cui il suo curatore, Giovanni Manunta Pastorello mi diede la possibilità di realizzare un video e una serie di fotografie. Ho trascorso molto tempo al LEM, da spettatrice e da artista, e a Pastorello devo entrambe le occasioni, oltre ad un’ammirazione sconfinata per qualcosa che io non sono mai riuscita a fare: è l’unica persona che conosco ad aver letto la Bibbia per intero.

 

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Penso che la scoperta della letteratura e del cinema siano stati per me di grande importanza.

Sul mio incontro con i libri, voglio ricordare un episodio in cui, bambina, iniziai a leggere “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia. Perché scelsi quel libro non lo so più ma ricordo come se fosse ieri che mia madre, cogliendomi in compagnia dello scrittore, mi esortò a interrompere la nostra frequentazione: “non è adatto alla tua età”.

Il romanzo si apre infatti con un omicidio.

Le buone ragioni (che non capivo) non consolarono la precoce rottura (già non sopportavo l’idea di iniziare un libro e non finirlo) e, come spesso accade, l’ammonizione sortì l’effetto contrario.

Cercai allora il mio frutto proibito nella letteratura del mistero nei confronti della quale percepivo (e inseguivo) la mia inadeguatezza. Il mio gusto infantile fu saziato dai racconti di Poe, Shelley, Lovecraft e Stocker. Sciascia lo lessi indisturbata da adolescente.

 

Il cinema l’ho incontrato molto più tardi ma nei suoi riguardi ho sentito un’immediata connessione (o forse dovrei dire che il cinema mi abbia consolata e tuttora mi consoli?). Sono particolarmente legata a Bergman. La sua ossessione per Dio è stata anche mia, in un periodo, quello universitario, in cui Dio e la sua esistenza erano oggetto di dimostrazione negli autori che studiavo. Percorrere la domanda sull’esistenza di Dio attraverso gli scritti dei filosofi significa darsi le vertigini, misurarsi con la fallibilità di ogni sistema: “la coperta è sempre troppo corta”, diceva il mio professore di teoretica, Carmelo Meazza. Penso allora alle case dei filosofi e mi vengono in mente le immagini di Tarkovskij, gli ambienti precari, le mura fragili, l’acqua che si fa spazio ovunque. Di nuovo il proibito, “l’esercizio della filosofia è pericoloso” ci avvertiva il professore, e se ci penso questo esercizio ha a che fare con la morte, per il suo scomporre, ridurre a pezzi le parole, ha del mostruoso per il suo rimetterle insieme, in un corpo fatto di altri corpi, altro Frankenstein.

 

Penso che per me tutto questo abbia a che fare con l’arte. Lavorare con l’arte è come leggere Sciascia e non essere pronti per capirlo. La domanda sull’arte è vertiginosa come quella su Dio.

 

Cosa cerchi attraverso la fotografia?

La mia inadeguatezza.

 

 

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti particolarmente parlare?

La ricerca artistica è lo strumento che ho adottato per partecipare al mondo.

Voglio specificarlo: l’uso che faccio di questo termine, partecipazione, non si traduce necessariamente con un atto di adesione a qualcosa; partecipare può anche voler dire rifiutare. Il rifiuto si ha infatti nella consapevolezza dell’oggetto scartato.

Di questo processo di partecipazione alla realtà mi interessa particolarmente la reazione all’interazione, l’eredità, desiderata o meno, di una relazione con il mondo. In altre parole: il mondo mi ha toccato e mi ha lasciato un segno, ed è su questo segno che io lavoro.

 

Qual è il tuo rapporto col mercato?

Timido ma fortunato, collaboro con alcuni professionisti che si occupano di questo aspetto.

 

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Per quel che mi riguarda, penso alla costanza come ad un punto necessario ma non sempre sufficiente per lo scopo. Conosco diversi artisti che lavorano quotidianamente senza ottenere alcun riconoscimento. Non so quindi rispondere alla domanda né per me stessa né per gli altri; credo siano molti i fattori che incidano sulla riuscita di un proposito.

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Francesco Cogoni.