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Intervista a Thomas Ray

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ufficialmente la mia prima esposizione personale come Thomas Ray è datata Febbraio 2007; “Disco Inferno!”, alla Limited No-Art Gallery di Giacomo Spazio.

In quel periodo avevo appena concluso gli studi al Politecnico di Milano (Disegno Industriale) e già vinto alcuni concorsi internazionali sul web con i miei artwork (Salomon Snowboard, Camiseteria, GOOO magazine…).

Questa mostra, i riscontri online e i primi lavori commissionati per alcuni festival musicali e band mi hanno dato quella spinta propulsiva iniziale e la fiducia necessaria per trasformare la mia passione in professione.

 

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Sicuramente Giacomo Spazio è stato una delle prime persone a credere concretamente nel mio lavoro e nella mia estetica curando due mie mostre personali nel giro di tre anni.

Poi senz’altro Alessandro Guerriero, che in tempi non sospetti mi chiamò per un’esperienza di insegnamento in NABA e tutt’ora mi coinvolge costantemente nei suoi progetti, l’ultimo dei quali “Familiar Faces” che si preannuncia davvero super!

Poi direi Håvard Gjelseth, art director e co-fondatore della Crispin Glover Records con il quale ho collaborato per numerosissimi lavori e mi ha permesso, tra le altre cose, di creare tutte le illustrazioni del concept dei Motorpsycho “The Motorpnakotic Fragments” (…guardate i prezzi che ha raggiunto su Discogs!).

Tra gli ultimi avvenimenti poi direi il progetto a sei mani gypsy arty punk “KILL YOUR IDOLS CREW”, fondato insieme a Stefano Cerioli e Michele Guidarini che ha aperto la strada ad una prospettiva meno individualistica ma più collaborativa.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Cerco di costruire una visione ipnotica che bilanci armoniosamente colore, forma e contenuto.

Comunque tutto varia a seconda dell’elabatorato, del committente (in caso ci sia) e dello scopo per cui nasce una determinata creazione.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Sto portando avanti un nuovo progetto tra arte e design: “The Modular Monsters”.

Si tratta di bizzarre sculture in legno pitturate a mano e disegni iper colorati, il tutto creato utilizzando sempre e solo una griglia quadrettata ed il suo modulo.

E’ un progetto in continuo divenire, senza limitazioni di numero e forme, ed è completamente l’opposto, a livello formale e compositivo, di ciò che ho prodotto fino ad ora.

Avrei dovuto presentarlo questo autunno a Torino, ma causa lockdown la mostra è stata rimandata.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Abbastanza altalenante. Purtroppo molti di noi artisti, progettisti grafici, illustratori, etc ci scontriamo ancora quotidianamente con la profonda “ignoranza” sulla percezione della nostra professione intesa come lavoro a tutti gli effetti.

Molte narrazioni e atteggiamenti (interni ed esterni a questo mondo) ahimè fomentano e non aiutano a superare lo status quo sull’argomento.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Veramente sono io che avrei bisogno che qualcuno mi consigliasse!

Basandomi sulla mia esperienza personale, se proprio dovessi orientare qualcuno/a in questo campo direi, prima di tutto di essere curioso/a, di cercare, apprendere, studiare, di fare pratica costante e sperimentare il più possibile, così da raggiungere quella libertà che permette di distruggere per ricostruire in completa autonomia.

Di cercare di sviluppare un proprio linguaggio il più possibile personale ed una propria estetica ma di non esserne poi schiavo/a e prigioniero/a.

Di dar valore alla propria arte senza aspettare troppo che qualcuno la legittimi.

Di decidere immediatamente se si tratterà di una professione o di un hobby e settarsi su quell’attitudine di conseguenza.

Di porsi fin da subito in modo professionale evitando di accettare attività non retribuite o che sminuiscano in qualche modo il valore e la considerazione di se stessi e del proprio operato.

E poi investire sulla propria carriera e non isolarsi, ma anzi, cercare di fare rete, confrontarsi e circondarsi di persone propositive.

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Francesco Cogoni.