DANIELE SASSON

APPUNTI PER UN’INTERVISTA[1]

 

Il percorso di Sasson, alimentato da sempre dalla sua incredibile curiosità e dall’innata abilità nell’utilizzo dei mezzi tecnologici è legata all’evento forse più importante della sua vita formativa, un’esperienza di “scuola attiva” negli anni delle elementari (Francesco Andreini,[2] “Maieutica”), un percorso di fantastica creatività scolastica assolutamente all’avanguardia, sia allora che oggi. Il successivo fortuito approdo all’Istituto d’Arte della sua città natale, Siena, lo porta a “lavorare” con insegnanti di spessore professionale ed umano unico: maestri di vita ed amici veri, più che insegnanti, che con passione e rara generosità hanno condiviso la loro esperienza artistica e culturale. È quindi l’impulso del fare e del comunicare che caratterizza il suo percorso culturale e dopo una breve produzione di tipo accademico, l’interesse si concentra sulla tecnica fotografica con inusitate trasgressioni e contaminazioni e riferimenti concreti alle ricerche all’origine dell’invenzione – scoperta della fotografia, le esperienze del Bauhaus e delle Avanguardie storiche e più recentemente alle “Verifiche” di Ugo Mulas. Questo periodo (’70 e ’80) vede Sasson concentrato sul superamento della riproducibilità (seriale) dell’immagine fotografica ottenuta mediante interventi pittorici sull’immagine con viraggi ed altri chimici propri della fotografia.

Ogni immagine è divenuta così un esemplare unico e al tempo stesso replicabile, opere riprodotte in diverse versioni e in tirature limitate; i lavori sono sempre costituiti da “multipli”, gruppi di opere che scandagliano letteralmente ogni possibilità di intervento, grappoli di immagini che propongono diverse angolature.

Ogni lavoro scaturisce dalla necessità di sperimentare un nuovo materiale, una nuova tecnica o la distorsione (procedura inconsueta) di una tecnica esistente e precedente: ogni materiale ha sempre anche un rovescio, un dentro, un sopra, ogni strumento ha molteplici possibilità di utilizzo, ogni immagine ha il suo negativo, ogni tempo un passato e un futuro, ogni spazio, sicuramente e sempre, più di tre dimensioni.

L’utilizzo delle diverse tecniche caratterizza periodi diversi di Sasson, ed evolve parallelamente allo sviluppo della tecnologia di ri-produzione: col tempo, poi, le diverse tecniche si sono sovrapposte, contaminate e hanno moltiplicato le possibilità di operare. Resta come comune denominatore una base fotografica, prima attrazione fatale, ma i lavori di oggi sono di difficilissima attribuzione metodologica in quanto portano in sé miscelate, nessuna esclusa, tutte le preziose abilità acquisite col tempo.

La tecnologia e la sua evoluzione sembra costituire come una “sfida” un limite da toccare e superare; così come sempre “valicabile” sembra essere il confine delimitato dalle dimensioni, dagli spessori, dalle caratteristiche dei supporti. E straordinaria è la conoscenza e il rispetto reverenziale che mostra nell’utilizzo dei vari materiali, nobili o comuni, degno solo di artigiani di altra epoca.

Le opere evidenziano spesso un marcato “dualismo”: l’estrema precisione delle rifiniture e dell’allestimento espositivo si pone in contrasto con il caos apparente delle tecniche e dei significati suscitati dai soggetti e dalle composizioni figurative e un uso frequentemente improprio di toni e di colori crea per ogni immagine un efficace e raffinato gioco di filtri emozionali.

L’evoluzione tematica è circoscritta: i soggetti ricorrenti sono alla fine pochi, oggetti quotidiani fuori luogo o in situazioni particolari, nudi, ombre sfuggenti, semplici forme geometriche ricorrenti e la composizione orizzontale, più aderente alla visione naturale dell’occhio, è quella prediletta. Recentemente tuttavia, si è misurato con risultati interessanti con la dimensione verticale producendo grandi ed equilibrate opere come il panno per il “Bravìo” di Montepulciano (2010), un drappellone per il 750° anniversario della “Battaglia di Monteaperti” (2010), due per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2010 – 2011), il “Palio dei Ciuchi” di San Rocco a Pilli (Sovicille, SI, 2011) e bozzetto di un drappellone per il 700° anniversario della collocazione nel Duomo di Siena della Maestà di Duccio. (realizzati successivamente) Stendardo per la “Festa della Toscana 2013”, stendardo per “70° anniversario della liberazione di Siena” (2014).

La comunicazione e il confronto con un pubblico esterno, presente e conosciuto o immaginario, non cercato ma sempre ambito ed atteso, costituiscono una necessità assoluta. L’opera nasce dalla possibilità stessa di essere mostrata e da questo trae energia vitale. Creare su commissione rappresenta uno stimolo magnetico, come stimoli sono l’affrontare un tema per uno spazio preciso e trovare soluzioni tecniche e concettuali. L’opera non è fine a sé stessa o terapeutica o creata per piacere personale: deve essere voluta da qualcuno, deve trovare un riscontro, un momento di confronto un luogo/tempo in cui deve essere osservata/vissuta/voluta anche da altri.

[1] “Appunti per un’intervista”, nota di Beatrice Cappelli (Dirigente Vicario I.P.S.S.C. “G.Caselli” Siena) in occasione di: “XX Autori per il Muro”, IL PRISMAmultimedia, Siena – DIGIT ART, Milano (2009) evento itinerante in Istituti scolastici Statali di Siena, Chiusi, Radicofani, Colle Val d’Elsa e Milano; “2nd Life Art” edizione 2011 dedicata al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, 17 marzo 2011,

“Festa della Toscana 2013” evento realizzato con il Patrocinio delle Presidenza del Consiglio Comunale di Siena.

[2] – Francesco Andreini, “Maieutica”, Edizioni Club degli Autori, Firenze (1970). Progetto “Scuola attiva” 1954 – 1957.

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F.C.

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