Intervista a MATTEO CAMPULLA

CINQUE DOMANDE A MATTEO CAMPULLA

Ricordi il tuo primo approccio all’arte?

Quanto hai percorso da allora?

Non credo di ricordare il mio primo approccio, sicuramente già all’asilo ho imparato il come rapportarmi con essa.

Almeno, con un foglio dove appiccicare qualcosa.

Il perché lo sto ancora valutando.

Un noto artista Nam June Paik ha detto, “come il collage ha rimpiazzato la pittura a olio, così il tubo catodico rimpiazzerà la tela” quanto ti trovi vicino a quest’affermazione?

Penso che la pittura sia resiliente e capace di sconfiggere, a lungo termine, qualsiasi feticismo audiovisivo.

Scherzo, o quasi.

Il tubo catodico ormai è solo un feticcio se non un feticismo estremo di un ideale ormai sorpassato.

Il video è uno strumento di assoluto impatto, anche senza tecnica. Ormai lo si vede ogni giorno.

Se porti in dote una buona dose di megapixel puoi stare tranquillo.

La pittura resisterà al video e non scherzo affatto ora.

Chiedilo alla nuova centrale elettrica a carbone di Portovesme.

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Per te cos’è il contemporaneo ed in che direzione va la barca della modernità?

La modernità è un’utopia, un’invenzione borghese che finge di liberarci ma con gli stessi concetti di base dell’idea di democrazia.

Ormai non cambia più nulla davvero, non esiste un reale progresso collettivo.

Esistono le individualità, spesso associabili più ad un brand che ad una persona.

Questa “spersonalizzazione” deriva dal sistema dell’arte che, se non minato alle fondamenta, porterà sempre agli stessi noiosi risultati avvincenti.

Meri processi di rebranding.

Di cui pure io sono vittima, in quanto numero e non persona.

Risultati statisticamente prevedibili: si ripete per non sbagliare.

Oppure si finge di cambiare, per non sbadigliare.

Poi esistono i linguaggi artistici.

Quelli che si sviluppano a prescindere da questi discorsi e resistono al fascino di questa grande macchina.

Spesso non badano alla forma, sono sgrammaticati e funzionano.

Altre volte non badano al funzionano, sono forma e sgrammaticati.

La ripetizione paga.

Per quanto concerne il contemporaneo invece, non so che dirti.

Per me è svegliarmi al mattino e interrogarmi sui processi sociali, umani e culturali che mi circondano nel mentre che li vivo.

Decidere a chi telefonare, chi vedere la sera.

Confrontarmi con chiunque, anche con nessuno.

Sono il risultato generato dai questi piccoli processi quotidiani.

Il mio lavoro di conseguenza.

“Come un corno che cresce sotto il cilindro, la Glitch Art sta affiorando dagli ultimi lavori” cosa esprimi attraverso la Glitch art?

Il Glitch è una scusante stilistica ed estetica con cui poter affrontare anche dei temi difficili da rappresentare e portare avanti in un discorso lineare.

L’uso di un linguaggio prevede costanza, ripetizione, moderazione. Bisogna allinearsi al linguaggio, non ci sono vie di mezzo.

Devi essere compreso, comprensibile.

Allineato.

Tutto questo viene cancellato dal concetto alla base del Glitch: l’errore. Lo stesso concetto l’ho sviluppato precedentemente con SCARS [Video Project], privo di glitch ma basato sui loop audio/video.

La ripetizione può creare un linguaggio, anche privo di contenuti.

Se vuoi te lo ripeto.

Cos’è per te l’imprevedibilità della tecnologia?

Un semplice cortocircuito, uno strumento o un destino inevitabile?

Qualcosa come l’oroscopo, dipende dal significato che esso ha per te. Dipende dal coinvolgimento.

Certe volte posso dargli un significato quasi oracolare, altre volte posso vederlo come il difetto che è.

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sito ufficiale: http://www.matteocampulla.com/

pagina facebook: https://www.facebook.com/MatteoCampulla/

Francesco Cogoni.

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