Mark Kostabi una critica alla nostra civiltà

Nasce a Los Angeles nel 1960; vive tra Roma e New York.

L’obiettivo dichiarato, è quello di trasformare le assurdità e i paradossi indotti dal sistema in energia creativa e strumento di comunicazione universale, utilizzando, a questo scopo, non un linguaggio razionale.

Si rifà al mito -la guerra, l’amore, il bene e il male, ma anche l’assoluta autorità di grandi pittori del passato, che incombono nei suoi quadri con precisi ed insistenti richiami-, e sfrutta una straordinaria e funambolica visionarietà, che trova la sua controparte oggettiva nella schiera di assistenti che materialmente realizzano l’opera e che si trovano nel Kostabi world, il suo studio di New York, nel cuore del quartiere di SoHo.

Ed è proprio in virtù di questo suo modo di lavorare, la produzione in serie, dove c’è spesso il ritorno ripetuto di composizioni formali, che Kostabi vede sé stesso come parte integrante di questo gioco perverso, in cui viene chiamato progresso qualcosa che sta distruggendo il pianeta, in cui la fa da padrone il valore di mercato, e dove si possono guadagnare dei dollari semplicemente dando un titolo azzeccato ad un quadro, come avviene nel programma da lui ideato Name that painting, ironicamente ripreso in un suo dipinto.

Un obiettivo ambizioso, senza dubbio, e raggiunto inevitabilmente in modo discontinuo, scivolando a volte nel banale.

Non avrebbe senso criticare l’arte di Kostabi perché commerciale: l’arte di Kostabi vuole essere volutamente commerciale e la semplicità strutturale del suo stile è una funzione finalizzata a esprimere al meglio questa vocazione.

Allo stesso modo, non avrebbe senso liquidare l’intenzione commerciale dell’arte di Kostabi senza accorgersi che essa riprende il problema della “democraticità” dell’arte da dove l’aveva lasciato Warhol, sviluppandolo e proponendo nuove possibilità per una sua soluzione.

Si può eventualmente criticare la proposta, ritenendola inadeguata, ma non eludere la questione che Kostabi affronta.

Sono passati pochi anni dalla morte di Warhol, eppure il suo mondo, che poteva sembrare il punto estremo di una parabola storica, è già profonda-mente diverso da quello di Kostabi.

Il problema del modello sociale e politico dell’arte si è fatto ancora più urgente e contraddittorio rispetto ai tempi di Warhol.

Oggi tutta l’arte che conta è arte fortemente d’elite, compresa quella che vuole apparire una sua alternativa.

È un’arte in cui i mercanti si sono impossessati totalmente del tempio, senza temere nessuno che li cacci via, mascherandosi anzi da perbenisti.

È una arte che santifica il denaro come mai aveva fatto in passato, un’arte che serve a fare soldi (agli artisti, ai galleristi, ai critici che meglio si adeguano alle leggi del mercato) e far fare bella figura a ricchissimi collezionisti e mecenati: gli Agostino Chigi dei nostri tempi.