Recensione di La mia cosa preferita sono i mostri

Recensione di “La mia cosa preferita sono i mostri”.

Contesto:

Prima di cominciare è necessaria una premessa fondamentale sull’autrice Emil Ferris e sulla sua storia strettamente legata al romanzo a fumetti di cui vi parlerò.

Nasce nel 1962 a Chicago, cresce nel quartiere di Rogers Park, in un periodo segnato dalle tensioni razziali. Il padre Mike era un designer e un illustratore mentre la madre, Eleanor Spiess, era una pittrice simbolista. Costretta da giovane a indossare un busto per problemi alla schiena, si rivolge al disegno come sfogo e sollievo psicologico ai suoi problemi fisici e a un’aspettativa di vita che i medici le anticipano breve. Appassionata di film e di fumetti dell’orrore, i suoi disegni si ispirano a tali storie. Lasciati gli studi, madre a trentaquattro anni, per mantenere la figlia intraprende molte attività tra cui illustratrice freelance e design di giocattoli per bambini per varie ditte, tra cui McDonald’s.

Il giorno del suo quarantesimo compleanno viene infettata dal virus del Nilo occidentale a seguito di una puntura di zanzara. La sua vita è in serio pericolo e, risvegliatasi dal coma dopo un mese, rimane paralizzata in molte parti del corpo, con una bambina di sei anni da accudire. Incurante delle previsioni dei dottori, che non credono possa riprendere a camminare, inizia un lungo percorso riabilitativo e impiega il disegno come allenamento per riacquistare la mobilità alle mani. In questo periodo si iscrive alla School of the Art Institute di Chicago ove ha modo di apprezzare i romanzi grafici. Durante gli studi inizia a disegnare le prime tavole che, quindici anni più tardi, diventeranno il suo primo romanzo grafico La mia cosa preferita sono i mostri.

La mia cosa preferita sono i mostri

Il romanzo grafico di debutto di Emil Ferris è un dramma familiare, un giallo, un epico racconto storico, un thriller psicologico, su mostri reali e immaginari, ambientato nel tumultuoso scenario politico della Chicago nei tardi anni ’60 e raccontato mediante un diario fittizio che si rifà all’iconografia dei b-movie dell’orrore e ai pulp magazine di mostri.

Non a caso si sono già spesi per quest’opera autorità del fumetto del calibro di Art Spiegelman che ha dichiarato, a proposito di Emil Ferris che «è una dei più importanti artisti del nostro tempo» ma vediamo perché:

Uno degli aspetti più interessanti di questo volume, è il modo in cui ha scelto di narrare la storia, riproducendo il diario della piccola Karen.

Emil Ferris riempie di ritratti, note, frecce, ogni singola pagina, la maggior parte delle quali disegnate con semplici penne blue e rosse, così come farebbe un’adolescente. È uno stile innovativo e rivoluzionario, e come ci spiega Spiegelman, la Ferris «usa l’idea dello sketchbook per modificare la grammatica e la sintassi della pagina a fumetti». Tanto che leggendolo ci si troverà spesso a dover girare il volume per continuare a leggere parole scritte in verticale o che creano il bordo delle immagini. Anche i disegni variano molto, a volte ricordano la tradizione underground di Robert Crumb o dello stesso Spiegelman; altre, specie nei ritratti, nelle riproduzioni di opere d’arte o nelle copertine di fumetti dell’orrore sono molto dettagliati.

Particolarità

Una delle tante soluzioni dell’autrice è quella d’inventare riviste dell’orrore che spesso anticipano parte della storia che stanno per raccontare. La Ferris attinge a piene mani ai vecchi fumetti horror e le copertine ridisegnate sono talmente verosimili che probabilmente qualcuno crederà che quelle pubblicazioni siano esistite davvero. Quello delle finte copertine che Karen ricopia sul suo diario è solo un esempio di quanto la Ferris giochi con elementi metatestuali. Ad un certo punto della storia, la ragazzina ascolterà una cassetta in cui una persona racconta alcuni avvenimenti e verranno rappresentati tramite i disegni di Karen che immagina ciò che succede mentre parla la voce registrata. Questo esempio serve per spiegare come la narrazione si svolga sempre a più livelli e molte delle cose che vediamo sulle grandi pagine del libro hanno un valore simbolico.

Il libro riesce a far suscitare tante emozioni, e già per questo vale la pena leggerlo: si proverà tenerezza per la ragazzina che vuole essere un mostro, rabbia a causa delle tante ingiustizie e commozione, nei momenti più intensi di questa meravigliosa storia che tratta di tanti temi difficili come l’identità sessuale e la parte “mostruosa” che c’è in un ognuno di noi, racconto oltretutto autobiografico: non sappiamo fino a che punto, ma Emil Ferris confida al New York Time:

«In pratica, Karen è Emil».

Il libro La mia cosa preferita sono i mostri è acquistabile al sito della baopubblishing: https://baopublishing.it/

Maria Ferrante.

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