INTERVISTA A MARIANO CHELO

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Da piccolissimo ho iniziato a disegnare come tutti i bambini, ero convinto che la matita fosse una bacchetta magica con la quale potessi far apparire tutto ciò che desideravo, purtroppo non sono ancora guarito e ci credo ancora.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Nascere in un posto come Bosa, le chiese affrescate da Scherer, il castello il fiume e il mare, il ponte, una potentissima presenza del paesaggio e i personaggi che la popolavano che a carnevale davano sfogo a tutta quella creatività semplice ma intelligente e fortemente ironica sicuramente ha influito tantissimo sulla mia formazione.

L’arte ho iniziato a seguirla da piccolo, divoravo le monografie dei pittori che settimanalmente mia madre mi comprava.

Caravaggio è stato il primo che ho amato, la luce il buio e la drammaticità dei soggetti.

Poi Goya, El Greco e Mantegna.

In seguito ho imparato a guardare gli impressionisti sino ad arrivare a perdermi con Van Gogh, credo di aver visto e letto tutto di lui e su di lui.

Solo da adulto ho scoperto l’informale, la vera forma espressiva che ti consente di volare.

Cosa cerchi di cogliere ed esprimere attraverso l’arte visiva?

Ho un fortissimo legame con la musica, mi sono reso conto che ha un’influenza incredibile su di me.

Ho la presunzione di renderla visibile e quindi la dipingo come se danzassi.

Entra nelle mie orecchie ed esce dalle mani lasciando tracce che tutti chiamano quadri.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Da un paio d’anni a questa parte ho iniziato a teorizzare il confine tra pittura e scultura.

A parte la tridimensionalità la differenza la fa la luce, nella scultura le parti in luce e in ombra vengono dalla spazialità della forma mentre nella pittura vengono rappresentate con l’uso del colore e quindi con un artificio, forse è proprio per questo che si chiama “arte”.

La ricerca di cui mi sto occupando in questo periodo consiste appunto nel fare scultura con la pittura, ovvero, utilizzando una superficie piana e giocando con il lucido e l’opaco, rubare la luce all’ambiente ed imitare quello che avviene nel vero.

E’ così che sono nati i Mari, utilizzando vernici lucide con la tecnica del “dripping” per l’acqua e opache per il cielo, guardando il quadro si ha la percezione di un liquido che cambia forma a seconda del punto di vista e dalla luce che lo illumina.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Ho sempre avuto delle buone risposte dal mercato, la vendita di un quadro è sempre una grande soddisfazione, è la vera prova che, se qualcuno è disposto a pagare per avere qualcosa che ho fatto, questo qual cosa vale.

Ma è molto difficile avere un mercato, specialmente in Italia e soprattutto in Sardegna dove la categoria dei galleristi è quasi inesistente.

Gli artisti devono arrangiarsi da soli e per molti è impossibile.

Io mi considero fortunato perché possiedo degli spazi aperti al pubblico, uno a Bosa e uno a Cagliari, che mi permettono oltre che di venire usati come studio anche di esporre, ma soprattutto di avere contatti che mi consentono di organizzare le mostre in altre città.

Ho a mio attivo oltre quaranta mostre personali in Italia e all’estero e una cinquantina di partecipazioni a collettive e rassegne in molte parti del mondo.

Cosa consiglieresti ad artista che vorrebbe vivere di quest’arte?

La prima cosa è avere una passione talmente forte da farti sopportare fatica e delusioni, la seconda è credere fortemente in se stessi senza però cadere nella presunzione, la terza è la comunicazione, puoi essere l’artista più bravo al mondo ma se nessuno ti conosce non esisti, e in ultimo lavorare lavorare lavorare con coerenza e onestà intellettuale, e naturalmente fortuna, tanta fortuna.

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Francesco Cogoni.