INTERVISTA AI SANTISSIMI

14 Settimo Cielo

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Come Santissimi (nel nome di Sara Renzetti e Antonello Serra) nasciamo nel 2009 ma senza nessuna decisione consenziente, lavorare insieme e creare la prima opera è stata una scelta involontaria.

Nel tempo poi abbiamo perso anche il senso del nostro chiamarci Santissimi.

Scrissi un testo dal titolo “Da Santi a coglioni” che raccontava bene il nostro stato dell’arte: quel magico salir per l’altura della chiamata in sogno e la conseguente scivolata in basso tra le parole incrociate dell’eufemistica figura dei coglioni.

Alcuni versi del testo: “si dice spesso che la vocazione arriva all’improvviso, proprio quando meno te l’aspetti, magari quando, ricavato un posticino tra le foglie sparse nel bosco, non si sa a cosa pensare…

Oppure quando dopo l’ennesimo dispiacere s’inizia a credere d’essere stati eletti in un mondo costruito a misura per te.

Ebbene, tutte queste fortuite occasioni aiutano a credere che al di là di noi c’è il resto, un restante magnetico e forte a tal punto da far sembrare esclusivo, a scapito di tutto il resto, un’ inclinazione verso quella o quell’altra cosa.

La chiamata in sogno dopo una lunga carriera militare, come l’innocente involontarietà di creare un opera d’arte sono tormenti a cui si deve forzatamente sottostare…

“da grande farò il pittore di corte” rispondevo ai parenti che, non sapendo di chiacchierare con un bambino di sette anni, mi guardavano attoniti mentre tra baci e sorrisi danzavano con le future ballerine e con gli aspiranti figli di papà.

La noia arriva spontanea quando, crescendo in altezza e in pelo, vidi che il resto nel frattempo si era disdetto, cambiano qua e là i giochi di parole.

La ballerina che da grande si scopre maestra, il figlio di papà diventare padre, ed io che ancora mi arruffo in groppa al talento, che pur di tenerlo stretto delucido con le logiche dell’alto che sta sopra il basso e, con fermezza da fieno, conto lumi tra le gocce di sudore, che avrei voluto far cadere dalla fronte, mentre lacrimo di sale in zucca senza avere il tempo di smentirmi…

Verrebbe voglia di darsela a gambe se non fosse per quel giorno in cui da eletto mi trasformai in caduto e disgraziato; appesi la medaglia al collo e con stivali di gomma iniziai a correre come un cavallo, la libertà e il rigore aggrappati ai miei stivali come fango che, da umido e viscoso, cresceva sotto i miei piedi come roccia, sollevandomi prima di pochi centimetri che subito si moltiplicarono in metri e poi in chilometri quando divenni altissimo e, per un pelo, arrivai a toccare le vette del cielo… santo dei santi, capitai in plurima versione e si toccarono immediatamente i “santissimi” i pochi maschi rimasti al posto ad ascoltare le mie nuove primavere, che vennero presto baciate dagli inverni e seccate dalle estati in foglie d’autunno quando, per ironia della sorte, dall’alto dei cieli, caddi nelle più fetide selve oscure con indosso una felpa d’azzurro per coprir le offese e con in testa una corona da re per poter comandare le stelle.”

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Abbiamo molta difficoltà a ricordare e a fermare qualcuno per le vie del centro… però la conoscenza e la frequentazione di Carmelo Bene è stata per noi fondamentale, credo si possa definire padre non in senso artistico ma in senso putativo.

La filosofia e l’estetica, il pensiero di Gilles Deleuze, Kafka, il suono delle parole, le capriole e le scivolate dell’arte contemporanea ci consentono di riempire d’aria i pensieri.

Artisti come Caravaggio, Tiziano, Fancis Bacon, Jannis Kounellis, Richard Serra, i British artist’s, sono punti fermi nella memoria, ma ciò che influenza il lavoro sono spesso sfumature di colore, dettagli nella forma, il titolo o la messa in posa di un’opera di artisti dei quali il memore cade sconfitto.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

L’arte, avere delle visioni e costruirle, ha un potere sovrumano, crediamo non si cerchi nulla nell’arte, si da semplicemente credito al capezzale della vita, ma anche oltre.

L’arte sembra aiutare la rivelazione.

01 épave

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

In un’altra intervista ci chiesero chi erano i soggetti delle nostre opere, rispondemmo che erano uomini, donne, bambini, feti, animali etc colti in un preciso momento che è quello tra vita e morte, nel in, con, su, per, tra, fra.

Scriviamo spesso testi che partecipano all’esibizione fieristica dell’opera, forse loro potrebbero parlare per noi.

Crediamo che nonostante un certosino e meticoloso lavorìo ci obblighi a passare lunghi periodi a sviluppare l’opera nella sua parte materica, quel che essa ci ha chiesto, con l’avanzare del lavoro, sia di fallire.

Venir meno alle promesse, siano esse forma che contenuto.

Allo spettatore chiede di recuperare attraverso il corpo dell’opera il pensionamento del pensiero e le sensazioni che vanno oltre la misura dell’uomo, la sua distanza dalle cose, la sua perdita.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Buono, non disprezziamo assolutamente la compravendita. Disprezziamo il genere umano nelle sue forme più ovvie, conformi alle maschere sociali.

In campo ci sono troppi “addetti ai lavori”, troppi curatori, artisti, galleristi e quaquaraquà che dovrebbero cambiare mestiere, perché tanto di mestiere si tratta, privando il mondo dell’arte della loro assidua presenza.

Il sistema dell’arte è in mano ad imprenditori e uomini d’affari che non hanno nulla a che fare con le forme ancestrali dell’arte, seguono il seguìto, espongono l’esposto, chiamano il chiamato, comprano il comprato.

Niente di più, tutto è ridotto a questa filastrocca.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Di regolarsi bene le corde vocali, di stringersi bene i lacci delle scarpe, di verdeggiare la mente e correre lungomare senza che la corsa sia il moto e senza che l’aria avversa sia il freno alle pareti del mondo.

12 Natural History

Contatti:

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Francesco Cogoni.