INTERVISTA AD ANNA LOPOPOLO

  

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Penso che sia sempre molto difficile stabilire l’Inizio di un percorso, la data precisa, soprattutto se si parla di un percorso artistico.

Forse il tutto ha avuto inizio al Liceo Artistico o durante il lungo periodo in cui sono stata bloccata dagli attacchi di Panico. Chi lo sa con precisione?

Sicuramente un momento importante è stato quello della scoperta del personaggio di Patti Smith attraverso la lettura del suo libro “Just Kids”. Mi sono ritrovata in alcune scene della sua infanzia, ad esempio “quella della maglietta”. Anche lei ha vissuto come trauma il non poter più girare a torso nudo per la formazione del seno. Ecco io ho vissuto il momento “maglietta “ molto male. Insomma una continua voglia di libertà.

Mi è piaciuta molto la descrizione del rapporto tra la Smith e il fotografo Robert Mapplethorpe. La loro unione mi ha ispirata molto.

Ho deciso di riprendere il pennello e riprovare una tecnica che avevo usato casualmente per un progetto al Liceo. La mano funzionava ancora abbastanza bene, c’ho preso gusto e non mi sono più fermata. Un quadro, un altro e ho continuato. Il concetto e il senso ha preso forma piano piano con il passare del tempo.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Ogni personaggio che dipingo ha fatto parte di un periodo preciso della mia vita. È collegato ad una persona che ho frequentato, o ad un luogo, un episodio ecc…

Ogni persona che passa nella mia vita lascia parte di sé e prende parte di me. È un continuo scambio che definisce meglio la personalità di ognuno.

Il Panico mi ha sicuramente formata, è stato un passaggio rilevante. Mi ha obbligata a osservare in profondità, dentro di me e dentro gli altri. Ho imparato l’importanza dell’uso della parola, come comunicazione, come messaggio. Con il tempo ho iniziato a vedere il Panico come un alleato più che come un fardello negativo che mi marchiava.

Il personaggio di Giorgio Gaber, che ascolto dall’età di 10 anni, è stato una grande ispirazione, una solida base che mi ha insegnato l’uso e la forza della Parola attraverso il teatro-canzone.

Nasco dai cantautori italiani (De Andrè, Guccini, Vecchioni, Dalla, ecc…) qualche anno fa mi sono aperta alla musica straniera-internazionale grazie, anche, a quel rockettaro del mio compagno. Devo dire che la sorpresa è stata forte!

L’incontro fondamentale, però, risale a 5 anni fa, quando ho iniziato uno stage universitario durante il quale ho collaborato con un collezionista sfegatato. È nata una bella amicizia e un legame artistico. È stato lui ha prestarmi il libro di Patti Smith “Just Kids”. Ovviamente ho iniziato ad associare l’amicizia tra me e il collezionista con quella tra la cantante Patti Smith e il fotografo Robert Mapplethorpe.

Una vera scintilla che ha riacceso un fuoco già presente dentro me.

 

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Cosa cerco? Non so dire cosa cerco, ma so dire cosa trovo. Mentre dipingo mi sento bene, sono in contatto con la mia anima. Sento una forza immensa che fatico a spiegare. Un’energia si sprigiona attraverso il pennello. Unione tra anima, mente, spirito e corpo. Un tutt’uno che scoppia, esplode e rimane sulla tela.

Forse, inconsciamente, cerco di inviare un messaggio attraverso l’uso dell’immagine e delle parole, ma sinceramente non lo so. Penso che siano i miei quadri a parlare per me. Non credo ci sia bisogno di altra spiegazione.

 

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

L’elemento che mi interessa maggiormente nella mia ricerca è sicuramente la PAROLA. È la parola che prende forma e ci mostra il volto di colui che l’ha pronunciata. Non è il volto che è composto di parole. Sembra la stessa cosa, ma a mio parere non lo è.

L’inizio è la Parola, la comunicazione.

Il volto del personaggio è più un fattore estetico-attrattivo. Certamente, alla fine, parola e immagine giocano insieme e formano un tutt’uno, ma l’incipit è la PAROLA: la vera protagonista, il punto focale.

 

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho mai amato parlare di soldi in generale, figuriamoci di prezzi dei miei lavori. I miei quadri sono mie creazioni, parti di me e non li vorrei mai vendere. Ma per continuare a creare bisogna vendere e quindi devo “lasciare andare i miei figli per il Mondo”.

Non seguo particolarmente il mercato e i suoi meccanismi. Mi focalizzo su ciò che mi interessa, su ciò che mi piace fare: prendere il pennello e dare vita ad un personaggio attraverso le sue parole.

Lascio che sia altri ad occuparsi del “mercato”.

 

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Penso di essere troppo giovane per dare consigli degni d’importanza, perché io stessa ne aspetto tanti da chi ha più esperienza di me.

Posso dare un solo consiglio: Credici fino in fondo e segui il tuo istinto!

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Francesco Cogoni.