Intervista a Luca Masala


Quando e come nasce la tua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura nasce principalmente dalla passione per la lettura.
Ho sempre amato leggere fin da piccolo e sono tuttora un lettore vorace, sia di narrativa che di poesia.
Era inevitabile che, prima o poi, avrei finito anch’io con lo scrivere qualcosa di mio.
Scrivo pertanto da sempre e, oltre alle mie poesie, ho scritto davvero di tutto.

Ho una curiosità insaziabile per tutto ciò che può arricchirmi e darmi nuovi stimoli per la scrittura.

La poesia fa parte della mia vita e, per quanto oggi sia concentrato sulla prosa, mi rendo conto che questo genere letterario fa parte della mia anima di autore.

Quali persone, situazioni o scrittori hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

In tanti anni di esistenza, mi è impossibile stilare un elenco senza trascurare qualcosa o qualcuno.

Diciamo che la maggior parte degli spunti creativi provengono dalla lettura. Come accennavo prima, leggo in continuazione, a volte più libri contemporaneamente. Non riesco proprio a guarire da questa mania compulsiva che mi porta a divorare decine di libri all’anno.
La mia passione sono i grandi classici della letteratura universale. Tra i poeti italiani sono attratto dagli ermetici, autori in cui spesso la mia poetica si rispecchia, rimanendone inevitabilmente contaminata.
Sono molto legato al compianto Mario Luzi, che ho avuto la fortuna di conoscere di persona e che ha fortemente segnato la mia esperienza di letterato e di poeta.
Tra gli autori stranieri che amo, non posso non citare William Blake, Herman Melville, Jacques Prévert, Federico Garcìa Lorca e Raymond Carver, senza trascurare i contemporanei John Williams e Haruki Murakami, scrittori dallo stile unico e irripetibile.

E non posso nominare le miriadi di scrittori e scrittrici, viventi o meno, nei confronti dei quali sono debitore e che fanno sì che scrivere diventi, ogni giorno, un’occasione di crescita.
A tutti costoro va la mia immensa gratitudine.

Cosa vuoi esprimere attraverso la scrittura?

Da tempo sentivo forte l’esigenza di raccontare la realtà di questi nostri anni, visti attraverso lo sguardo disincantato e l’obiettivo di un “fotografo dell’anima”, fatalmente malinconico e amaro, una realtà che passa attraverso le storie del nostro e del tempo che fu, seppur con il cuore sempre rivolto al migliore dei futuri possibile.
La ricerca di sé stessi, attraverso spazio e tempo, è un tema che ha da sempre catturato la mia attenzione, proprio per via dell’imprevedibilità cangiante dell’esistenza umana che ci porta a muoverci in ogni direzione, quando invece sarebbe possibile per noi viaggiare in luoghi lontani con l’immaginazione, magari stando immobili. Tutto questo infinito universo, ancora da svelare, mi affascina e mi emoziona.
Ed è pure bello per me sapere che le mie poesie riescano a suscitare qualche emozione nel cuore dei lettori. A ben vedere, si trova proprio qui, oggi, il senso più puro della mia scrittura e delle mie opere.

Parlaci del tuo ultimo libro!

“Dappertutto stando fermi” (edito quest’anno da L’Erudita e disponibile in tutte le migliori librerie e nei bookstore digitali, n.d.r.), raccoglie tutte le poesie da me scritte in quasi quindici anni di attività creativa. Il libro contiene anche alcuni inediti, non solo per differenziarlo da “Ubiqua” (AmicoLibro Edizioni, 2020), il mio precedente lavoro che non ha potuto godere di una valida promozione per svariati motivi (in particolare, perché penalizzato dal periodo critico che abbiamo vissuto negli ultimi anni), quanto per dare una rinnovata e più completa prospettiva della mia poetica sia ai vecchi che ai nuovi possibili lettori.

Ho sempre sentito forte l’esigenza di raccontare la realtà dei nostri anni, visti attraverso uno sguardo disincantato, fatalmente malinconico e amaro, passando attraverso storie e anime del nostro e del tempo andato, ma con il cuore rivolto al migliore dei futuri possibile. Ho cercato di mettere insieme come una specie di reportage fotografico interiore, in cui la mia vita e quella del mondo si mescolano senza soluzione di continuità. Nonostante un’apparente frammentarietà di contenuto, “Dappertutto stando fermi” può essere letto come un “romanzo in versi” in cui il protagonista diventa proprio chi legge, ovunque si trovi, nell’iconica posizione da seduti che contraddistingue chi nella lettura ritrova anche una sorta di via stabile di fuga dalla frenesia del quotidiano, una sorta di apologia della “staticità dinamica”, una definizione che, a livello mentale, caratterizza ogni essere umano.
L’idea che sottende ai testi è proprio quella di dare ai lettori l’opportunità di riflettere la propria esistenza come in uno specchio non deformante, ma rivelatore. Considerato che, come diceva Flaiano in uno dei suoi famosi aforismi “nulla è dovuto al poeta durante il recapito”, sarebbe bello se la mia poesia suscitasse qualche emozione nei lettori più sensibili. Si trova

proprio qui il senso più puro della mia scrittura e di questo libro che oggi è in mano a chi che potrà deliberatamente scegliere di amarlo o di rigettarlo.

Qual è il tuo rapporto con le case editrici e che possibilità ci sono di emergere per un giovane scrittore?

Voglio essere onesto e diretto, a costo di diventare impopolare.

Quello editoriale è un mondo complicato, a volte molto crudele. Le case editrici che, secondo l’ideale romantico che alberga nell’inesperto cuore della maggior parte degli scrittori esordienti, scoprono le tue qualità di autore talentuoso e poi ti portano al successo grazie alla vendita dei tuoi libri, non esistono e forse non sono mai esistite, se non in un lontano passato. E poi si scrive tantissimo, forse troppo e la concorrenza è strabordante. È sufficiente recarsi in una qualunque libreria per essere sommersi da tonnellate di carta stampata, spesso di discutibile qualità. Le domande che un autore alle prime armi si pone sono sempre quelle: possibile che, in questo marasma, non ci sia spazio anche per me? Esiste un editore che crederà totalmente in me e in quello che scrivo, senza averne un tornaconto? E non mi riferisco a chi gestisce le case editrici a pagamento, le cosiddette EAP, ma quelle “regolari”, le uniche da tenere in eventuale considerazione.
Io non ne ho ancora incontrato, ma se conoscete qualcuno così, presentatemelo. Battute a parte, l’autore che viene supportato da una casa editrice, possibilmente di stimato valore, ha successo in libreria se ha già alimentato il proprio successo commerciale prima della stessa pubblicazione, grazie magari a un discreto background fatto di importanti concorsi vinti, da precedenti opere o da un seguito di potenziali lettori consolidato da fattori personali che ne incrementino la visibilità generale (in questo senso, saper utilizzare bene i social network non è un dettaglio trascurabile, che dir si voglia).
Ecco come si può arrivare a diventare dei best seller. In questa fase, il più delle volte il talento letterario non c’entra, anzi! Per non parlare dell’influenza che un libraio ha nel presentare un prodotto editoriale ai propri clienti, semplicemente mettendolo in mostra in vetrina, anziché seppellirlo nell’ultimo ripiano dello scaffale più nascosto del proprio negozio. Con la poesia è tutto ancora più macchinoso e oscuro. Oggi farsi conoscere come poeti nel mondo editoriale è difficile, assolutamente difficile e le poche eccezioni confermano la regola.
Ultimo ma non ultimo, vanno fatti i conti anche con il proprio ego e con il sopravvalutarsi come autori di talento, ma questa è un’altra storia.

Cosa consiglieresti ad uno scrittore che vorrebbe vivere di quest’arte?

Come dicevo, il quadro generale non è dei più rosei, ma non bisogna comunque scoraggiarsi. A un aspirante scrittore suggerisco intanto di non pensare di vivere e arricchirsi vendendo libri, ma di scrivere per il puro piacere di farlo. In seguito, sarà fondamentale instaurare un buon rapporto con i potenziali lettori, non solo per avere un riscontro qualitativo, ma anche per creare un buon legame empatico con loro.
D’altro canto, non puoi sapere di essere un poeta se prima qualcuno (che non sia un tuo familiare stretto o un amico) non te lo rivela.
Ad esempio, in questo senso i social network sono stati per un me un banco di prova in cui sperimentare tecniche di composizione per mescolare versi, suoni e immagini, al fine di saggiare il gradimento emozionale di un potenziale pubblico e, soprattutto, in coloro che solitamente tendono a considerare la poesia un genere letterario “di nicchia”. Altri utili ingredienti possono essere curiosità e spirito di osservazione.

Senza trascurare una sana dose di sensibilità dell’anima, che non guasta mai. Potrebbe sembrare banale affermare che un mondo senza poesia o senza musica sarebbe molto più povero e “mancante” della sua essenza più profonda. D’altro canto, conosco molte persone, totalmente prese dall’abbraccio soffocante della quotidianità, che riescono a sopravvivere anche senza leggere poesia o ascoltare musica, se non in maniera occasionale.
È pur vero che la poesia non cerca seguaci, ma cerca amanti, come diceva Garcia Lorca. Sono le poesie a dover raggiungere il cuore del lettore, non il contrario. Pensiamo anche all’espressionismo o all’astrattismo nell’arte.
La vera domanda è: esistono ancora lettori in grado di accogliere la buona poesia?
Nonostante tutto, sono convinto di sì.


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Francesco Cogoni.