Silvia Mei “Federico è lo spettacolo semantico che si rinnova”.

Come procede la vita in questo momento difficile?

Non so bene se effettivamente sia cambiato realmente qualcosa per me, a parte un’insonnia più marcata e i pensieri più intensi, mi ritengo davvero molto fortunata.

E non perché la pittura, che mi induce ad una quarantena perenne, probabilmente mi ha salvata anche stavolta, ma perché so che i miei cari e i miei contatti più stretti, per ora, stanno bene.

È indubbiamente una forma di egoismo, la mia, ma l’ansia più grande è stata che potesse colpire le persone che amo.

Stai continuando a dipingere?

Certo, anche se ultimamente a sprazzi.

Il mio studio è sempre stato l’angolo opposto alla cucina, è uno spazio che mi sono ricavata appena mi sono trasferita in questa casa ed è il più grande che abbia mai avuto.

Solitamente, per iniziare o continuare un quadro, attendevo che il mio ragatto uscisse di casa, dunque, l’isolamento, anche in questi casi, è sempre stato fondamentale.

È il luogo ideale per trovare la concentrazione, soprattutto quando devo affrontare una tela bianca.

Perciò, da questo punto di vista, condividendo la casa con lui, è stato più difficile e dispersivo.

Le distrazioni sono maggiori, ma la musica mi da manforte nel diffondere una barriera emotivo/sonora silenziosa.

Anche se, in realtà, urlo mentre canto, per scacciare le ‘estraneità’ dal dipinto e da me stessa. Si crea un’aura invisibile ma palpabile, il ché mi aiuta.

Com’è cambiata la tua arte in una condizione di semi isolamento come quella in cui ci troviamo?

Non penso sia cambiato nulla, a parte, appunto, l’approccio meno solitario verso i dipinti.

All’intimità solita del rituale pittorico ho dato, anche se lo facevo anche prima, un peso maggiore a quella con Federico.

È il volto che conosco meglio e che ho guardato di più.

Mi piace osservarlo.

Posso dire, in effetti che Federico è lo spettacolo semantico che si rinnova, che mando in loop da tempo ed è sempre dettagliatamente e profondamente diverso.

Si tratta di metamorfosi piacevolmente positive che hanno impreziosito la mia attuale “peritura quarantena”.

In quanto persone, siamo fatte di tempo e, quello che si è, è ciò che scegliamo di fare. E quello che ho fatto ultimamente è stato scacciare l’ovvietà e quindi l’oblio che ne susseguirebbe.

Che poi è proprio quello che cerco di sviluppare da sempre attraverso la pittura, non mi accontento e al contempo non la do mai per scontata.

Hai modo di tenerti in contatto e condividere la tua arte con i fruitori? Che ruolo giocano i Social in questa battaglia?

Di solito li snobbo, forse più per un fattore di pigrizia, mi annoiano e mi stancano. Ma li trovo anche molto freddi e talvolta finti, costruiti, perciò mi intimidiscono. Non fanno tanto parte della mia quotidianità.

Spesso, quando entro su FB dico che mi “faccio un giro”. Di solito dura poco ma ultimamente dura di più, ci ho interagito e ho pubblicato anche qualche vecchia opera.

La cosa strana è che mi sembra sempre di fare uno sforzo, non lo vivo con naturalezza. Non mi sono ancora abituata. Faccio fatica, ma non ne sottovaluto l’importanza. Soprattutto in questi momenti.

Dovrei iniziare a celebrare anche i social, se usati bene, sono terapeutici.

Che ruolo dovrebbe svolgere l’artista in questo momento storico?

Non amo i ruoli e penso che il bello dell’arte sia proprio esserne totalmente scevri.

Credo che l’artista, (oltre che ad essere, di default, una lente d’ingrandimento), non debba avere nessun compito preciso, ma agire diacronicamente come ha sempre fatto.

È il tempo che ne determina le opere.

E le opere come tali, poi, saranno determinate dal tempo stesso.

Secondo te, come cambierà il mondo, ma sopratutto i mercati dopo la fine del covid-19?

Ho la lieve sensazione che una sbilanciata e deforme forma di pioggia di malaugurata sfiga potrebbe inondarci ulteriormente di altrettanta sfiga!

Siamo l’ultima ruota del carro.

A questo proposito e in questo momento trovo significativo che una buona fetta dei mass media non abbiano minimamente dato peso alla morte del grandissimo Celant.

Trovo che questa scarsa risonanza, oltre ad essere riprovevole, sia allo stesso tempo rappresentativa circa il quadro che si prospetta.

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Francesco Cogoni.

 

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