Intervista a Tiziana Giammetta

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ho amato disegnare fin da piccolissima, ho uno zio che dipinge magnificamente, e mia madre disegnava delle bellissime caricature, così sono cresciuta nella naturalezza dell’espressione attraverso il disegno.

Ma la folgorazione avvenne quando ero alle elementari e mia madre mi portò a visitare la personale di una artista della mia regione, Luigina Lorenzi, che dipingeva (e dipinge tuttora) dei nudi bellissimi, restai incantata, e per moltissimi anni rivolsi alla figura femminile tutta la mia attenzione, disegnando a più non posso.
Crescendo mi innamorai delle opere di alcuni artisti, i più noti, Klimt, gli impressionisti, Gauguin,e il Rinascimento italiano, e una artista molto noto originario delle mie parti Segantini, nel cui lavoro il segno e la luce sono i protagonisti.

Quindi il mio approccio fu di provare a copiare, sotto forma di disegno, alcune delle opere che mi rapivano.

Ma la pittura non era ancora nelle mie corde, così lungo il cammino, pur continuando a disegnare virai verso la fotografia in bianco e nero e poi la grafica, iscrivendomi all’Istituto d’Arte Depero, di Rovereto.

Curiosamente per tutta la mia frequenza mi sentii sempre dire che ero troppo pittorica per dedicarmi alla grafica, e venne quindi naturale proseguire presso l’Accademia di belle Arti Cignaroli, di Verona, per scoprire, ironia del destino, che lì mi si diceva che ero troppo grafica per dedicarmi alla pittura.

E fu così che compresi che cercare di dare un confine, un limite di demarcazione, all’esprimersi artistico più che essere una esigenza naturale dell’Arte era forse un tentativo di domarla da parte di menti troppo inquadrate, dagli argini stretti.

Quello fu un periodo drammatico della mia esistenza, mio padre morì in modo violento, la sofferenza profonda mi travolse, ma la pittura mi aiutò a sviluppare un canale di espressione straordinario.

Di quel periodo è il quadro che vedi nella foto in cui sono presente.

Il ritratto in azzurro “Stefano”.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

A parte le persone citate nella risposta alla prima domanda, credo che non ci sia un artista che più di altri mi abbia influenzato.

Sono una persona curiosissima e costantemente affamata di arte, ed ogni artista mi ha dato un piccolo pezzo di “fame” nuova da esplorare, anche senza seguirne i tratti e le orme, anzi cerco di restare me stessa, anche in mezzo a molti colleghi che lavorano alacremente per trovare un modo, un significato, uno stile, che possano incontrare il pubblico, io, come molti altri miei colleghi, alla fine mi rendo conto che posso solo incontrare me stessa, essere fedele a me stessa, persino quando faccio repentini cambiamenti, e perciò quando dipingo io dipingo con la mia voce come mi consigliò un mio compagno di viaggio moltissimi anni fa:

“ruggisci, ruggisci forte, che prima o poi  da lontano un tuo simile risponderà al tuo ruggito”.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Attraverso l’arte esploro me stessa, il mondo visto attraverso i miei occhi, ma anche i temi che incontro sul mio cammino, i Social Network sono una miniera di contaminazioni mentali, ed emotive, e spesso alcuni miei lavori scaturiscono da riflessioni profonde riverberate nei colloqui online.
Ho una natura profondamente esplorativa, una mente speculativa e una inclinazione psicologica, ed a tratti mistica, le mie opere, specie i ritratti, possono essere guardate in modo superficialmente formale, ma contengono spunti riflessivi non casuali, che, ne convengo, ai più sfuggono, ma va bene così, trovo preziosi quanto entusiasmanti quei piccoli magici attimi in cui un perfetto estraneo davanti a un mio quadro mi racconta che cosa ha provato e scopro quell’inattesa concordanza con ciò che io conosco, con il segreto celato in quel quadro.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Beh indubbiamente credo che a nessuno sfugga il mio particolare rapporto con il colore, in cui il colore è una chiave di scrittura e lettura di un ritratto ad esempio, in cui la forma dice di chi è quel volto, ma il colore dice di chi è quella specifica anima che sta in quel volto.
Nella grafica l’uso del colore è una chiave fondamentale, serve a guidare la comunicazione, a far partecipe emotivamente chi vede il messaggio pubblicitario.
In pittura alcuni ne fanno un uso normale, consueto, senza troppe domande, ma, per altri, diventa una autentica ‘mania’, ed altri ancora ne fanno una scienza, si pensi a Kandinskij che arrivò a scrivere trattati non solo sul punto line a superficie ma anche sulla teoria del colore e sui rapporti tra colore e spazio.
Io non ne faccio mai un vero uso normale consueto, oscillo tra il grafico, il maniaco e lo scientifico.

Sono consapevole del fatto che il colore può evidenziare, rivelare, ma anche mimetizzare, nascondere, ingannare. Mai sottovalutare un colore.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Scarso, il mercato è un animale strano, in cui, in questo momento, l’arte cessa di essere oggetto di espressione e comunicazione, diventa come un lingotto d’oro, un bene su cui fare speculazione e investimento.

Perciò il grosso nome diventa un metallo prezioso, solo in virtù del suo essere brand, e si trasforma in bene rifugio, o bene speculativo, invece il piccolo nome, l’artista ‘emergente’ è invisibile finché il suo nome non è sulla bocca di tutti e/o non viene promosso da qualche influencer dell’arte.
Mi è chiaro da tempo che nel mercato dell’Arte (perlomeno quello italiano, sull’estero non ho ancora sufficienti contatti) non è importante quello che si fa, e come lo si fa, è importante quanta platea di pubblico di settore si riesce a mettere in movimento.

Quanto se ne parla.

La fama da il valore, non è il valore a dare la fama.
Per contro a livello provinciale vendono benino i piccoli artigiani del figurativo, paesaggisti per lo più, che vendono cose piccole, a prezzi piccoli, perché le persone comuni hanno bisogno di opere decorative e rassicuranti da mettere in tinello, e senza svenarsi, che c’è la crisi.

E bada bene questo non lo dico con disprezzo, anzi, forse è il modo più sincero per comprare arte.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

premesso che quello che fa artisticamente parlando lo deve fare con competenza onestà e amore… quello che credo serva è tanta pazienza e impegno, abilità nelle pubbliche relazioni, imparare a parlare di se, imparare a farsi apprezzare prima di tutto come persona, sviluppare competenze di comunicazione non solo artistiche ma anche verbali, per far conoscere il proprio lavoro al di là della vecchia vetusta credenza secondo cui  “un quadro deve parlare da solo”.
 
Diciamo che il quadro è come il piano di un tavolino su cui vorremmo mangiare, magari è bellissimo, ma ci vogliono almeno tre gambe per sostenerlo:
 
una di queste è la capacità di parlare del proprio lavoro, in modo adeguato, ma anche evocativo,andare dietro a quello che si vede, chi meglio di chi l’ha dipinto può raccontare perché quel soggetto, perché quei colori, perché quelle dimensioni, e quali emozioni ha provato nella creazione?
 
La seconda è la capacità di relazione con il prossimo, abbaiare al mondo non fa venire voglia al prossimo di avvicinarsi, comunicare ma anche saper ascoltare fa parte della capacità di relazione, si impara moltissimo ascoltando gli addetti ai lavori, leggendo tra le righe,  bisogna avere il coraggio di uscire dallo schema dell’artista misantropo incompreso e litigioso.
 
la terza, ormai necessaria, è un po’ di conoscenza di promozione e marketing, perchè, se mi si passa l’esempio,  pensare di andare a vendere cavoli al mercato senza uscire di casa, sapere dove andare, conoscere come avere la licenza per vendere e quali tasse pagare e come si porta avanti una trattativa commerciale è quantomeno ingenuo. Pensare di raggiungere acquirenti stando in casa chiusi, senza mostrare il proprio lavoro se non a pochi amici su facebook, in attesa che arrivi il principe azzurro dei mercanti d’arte su un cavallo bianco a scoprirci facendo di noi le stelle dell’arte è puerile e poco realistico.
 
Ma io aggiungo una quarta gamba che è lo sviluppare competenze nella comunicazione tecnologica, sapersi gestire un sito, saperlo tenere in piedi senza dover dipendere sempre da altri, altri che spesso hanno più interese a promuovere il proprio lavoro nel web che promuovere l’artista. Quindi è necessario sapersi muovere nel web, gestendo profili diversi su diverse piattaforme, e magari un po’ di inglese non guasta. Questa competenza include saper promuovere al meglio il proprio lavoro nel web usando fotografie fatte davvero bene, che lo valorizzino, e una presentazione graficamente piacevole, che valorizzi l’opera e non il grafico che ha creato la pagina come spesso vedo in giro.

Non è facile, ma credo sia necessario, se si vuole mostrare il proprio lavoro al meglio a più persone possibili.


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Francesco Cogoni.