Intervista a Stefano Tedioli

Quando e come nasce il tuo percorso artistico fotografico?

In principio ho comprato alcuni animali giocattolo molto realistici e ho provato a fotografarli forzando la prospettiva, avvicinandomi a tal punto da farli sembrare molto più grandi.

Il gioco era divertente e così il rinoceronte ebbe presto la compagnia del gorilla, della giraffa, del coccodrillo, di svariati animali della fattoria, ecc…

A quel punto era già chiaro che non potevo più smettere, ma per un po’ feci finta di niente, portando sempre con me la collezione e scattando foto in svariate ambientazioni.

La svolta avvenne quando cominciai ad accostare agli animali altri tipi di giocattoli:

realizzando che il mondo dei giocattoli non è fatto solo di oggetti teneri e sdolcinati, ve ne sono di molto violenti oppure erotici al limite della volgarità, insomma, un mondo molto variegato che mi permetteva di rappresentare qualunque cosa avessi voluto.

Scelsi così i giocattoli come linguaggio espressivo e finalmente ebbi la scusa per abbandonarmi alla parte più divertente: la collezione!

Attualmente i miei giocattoli occupano due stanze e un container appositamente collocato in giardino; ovviamente non viaggiano sempre tutti con me come all’inizio, ma quando le condizioni lo permettono porto in mostra anche loro, come feci per la mia mostra a Porto, al Centro Portoghese di Fotografia:

Molti non pensavano di aver visitato una mostra fotografica, bensì una mostra di giocattoli.

La collezione mi aveva ufficialmente rubato la scena, giustamente oserei dire, perché io per primo non ho resistito alla potenza evocativa dei miei feticci.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Non provengo dall’Accademia, e prima di dedicarmi alla fotografia ho collezionato svariati lavori in settori che nulla hanno a che fare col mondo dell’arte.

Di fatto non conosco molto il settore in cui opero e tuttora è raro che vada a una mostra che non sia la mia 😉

Direi dunque che gli artisti che mi hanno influenzato sono quelli che mi tenevano compagnia quando non fotografavo: Chaplin, Keaton, Calvino, Svevo, Springsteen, Elvis…

Lungo il cammino ho però incontrato compagni di viaggio molto importanti: Marilena Benini, che mi ha regalato la prima macchina digitale e mi ha iniziato ai segreti di Photoshop, Daniele Casadio, un grande fotografo che generosamente mi ha insegnato come realizzare i miei progetti, Mauro Andrea, che è stato un amico e una guida, Andrea Salvatori, Heriz Bhody Anam e Chiara Lecca, i cui lavori mi piacciono e mi divertono molto.

Cosa cerchi di cogliere ed esprimere attraverso la tua arte?

Sinceramente quando mi prefiggo di esprimere qualcosa non salta fuori nulla di buono. Giocando senza pensare ho fatto invece cose che mi piacciono.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

La cosa che mi interessa di più in questo momento è una serie di ritratti di giocattoli.

Finora li ho usati come attori all’interno di scene create da me e quindi, volente o nolente, ne ho dato una personale lettura attribuendo loro un ruolo; anche nel ritratto è inevitabile un’interpretazione personale, ma cerco di ridurla al minimo. Lo scopo è poi proiettarli giganti e vederli nei dettagli, come forse li potrebbe vedere un bambino, sicuramente più attento di noi.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Ho avuto rapporti con due gallerie che ora purtroppo non esistono più, con una ho avuto un ottimo rapporto, con l’altra ho fatto una delle litigate peggiori della mia vita.

Al momento sono in attesa di qualcuno che creda nel mio lavoro.

Di sicuro non credo che i galleristi siano tutti filibustieri pronti a sfruttarti e a snaturarti, credo anzi che sia dura anche per loro. Quanto poi alle possibili imposizioni sul proprio lavoro, il problema esiste solo se vengono accettate.

L’artista non è molto diverso dal muratore: entrambi sono appagati se riescono a vivere onestamente del proprio lavoro ed entrambi hanno bisogno di mangiare; ben vengano dunque collaborazioni commerciali, senza le quali è impossibile realizzare i propri progetti.

Cosa consiglieresti a un artista che vorrebbe vivere di quest’arte?

Non prendersi troppo sul serio, ma neppure aver paura di difendere il proprio lavoro quando necessario.

Fare l’artista è un lavoro privilegiato e ovviamente c’è un rovescio della medaglia che bisogna saper accettare: in fondo gli scarsi guadagni e un po’ di ansia da prestazione sono inezie se confrontate all’enorme libertà di cui si gode.

L’unica cosa assolutamente necessaria è lavorare sinceramente: se si fanno quadri blu deve essere perché ti piace il blu e non perché va di moda, tutto il resto è lecito.

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Francesco Cogoni. 

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