Intervista a Stay On Fango

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Dal 2003 cominciai a interessarmi ai grafiti e alla scrittura di versi rap, entrando a momenti alterni in contatto con la scena hip hop cagliaritana di quegli anni, ma senza mai prendervi posto fisso.

Si puó dire che il mio percorso artistico non sia mai nato, ma se dovessi trovare una data, probabilmente direi 2009 con la creazione di un alter ego Stay On Fango, il cui scopo era farsi portavoce di dissenso e la cui identità era molteplice e collettiva.

Gli elementi che hanno contribuito a crearne il carattere sono la vita di strada spiata e assorbita attraverso gli occhi dei miei vicini di casa; la poesia; la filosofia; la passione per il colore e il disegno; il desiderio di esprimersi; il mondo onirico; il non sense; l’introspezione; il grottesco; il romanticismo; le lunghe chiacchierate con alcuni ragazzi che frequentavano il liceo artistico.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

La mia formazione è avvenuta mio malgrado all’interno di un liceo classico.

Ho una conoscenza della storia dell’arte piuttosto grossolana e piena di lacune.

Non ho riferimenti artistici storico-culturali netti o ben definiti.

Figure che mi appassionano e mi colpiscono vanno da Jodorowsky a Lynch, da Louis C.K. e Bill Hicks passando per le stand up comedy di Jim Carrey sino ai Monty Pyton e Alessandro Bergonzoni; da Rémi Gaillard all’educazione cattolica e le omelie del prete che teneva messa quando avevo 10 anni…

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Cosa cerco attraverso l’arte?

Non so cosa sia l’arte, a me piace disegnare, mi piace scrivere, leggere talvolta.

Probabilmente cerco espressione e trasformazione.

É come chiedermi cosa cerco dalla vita, oppure perché sto vivendo?

Onestamente non lo so, ma andando avanti con un certo atteggiamento le cose si fanno interessanti.

Ah si, cerco la poesia.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Non c’è nessuna ricerca, vado avanti a caso, a intuito, senza nessuna disciplina o metodo, e a volte non vado neanche avanti.

Capita che rimanga in stallo, e poi quando riprendo il movimento sono sempre io ma qualcosa è cambiato.

Sono interessato ai processi descritti de alcuni testi di alchimia, pure senza aver mai letto un solo scritto originale.

In questo senso la ricerca è l’osservazione stessa, il tentativo di osservazione, e l’eventuale liberazione dalla schiavitù del funzionamento meccanico dell’apparato psicofisico.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

A volte ci vado per fare la spesa, ma vorrei cominciare a recuperare il cibo invenduto magari nei fine settimana.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Gli consiglierei di vivere. Potresti considerare l’espressione “vivere d’arte” almeno in due modi.

Un artista è come un pastore e un pastore ha il suo bestiame.

Così un artista ha la propria arte. Il pastore che vuole vivere di pastorizia, deve cercare di sfruttare il suo bestiame in modo da guadagnare dei soldi per vivere.

Così spreme il latte dai suoi animali, ne strappa le pelli, ne porziona le carni e le espone.

Questo è ciò che fanno molti che vogliono oggi vivere di arte.

Che significa principalmente cercare di nutrire gli altri con il proprio lavoro, cercare di vendere agli altri il proprio bestiame.

Cioé far vivere gli altri di arte.

Perché se io dico l’uomo vive di acqua e pane.

Nessuno pensa che l’uomo viva vendendo acqua e pane, ma che invece se ne nutra lui stesso.

Per cui a una persona che volesse vivere di arte direi.

Sei come un pastore, hai il tuo bestiame, prendi una mucca, afferrala per una mammella posiziona la tua testa direttamente sotto il capezzolo e mungile il latte, e bevi.

Vivere di arte.

Hai l’arte e te ne nutri.

Tu, non gli altri.

Dopo di che c’è differenza tra un pastore e un allevatore.

Bevi della tua arte, cibati della tua arte, vivi di arte.

Io non voglio vivere di arte, io voglio vivere, quindi ho un problema in meno, forse.

Ma sapersi cibare di bellezza non è cosa da tutti, e bisogna farci il palato.

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Francesco Cogoni.

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