INTERVISTA A SERGIO TRAPANOTTO

Quando e come nasce il tuo percorso artistico tra musica, opere grafiche e scrittura?

Nasce da piccolo, come credo che sia per tutti. Nasce ai tempi delle letture e degli scarabocchi fatti all’asilo, si sviluppa con il giornalino di classe fatto alle scuole medie, con gli articoli battuti a macchina con la Olivetti dello zio e con le illustrazioni fatte da me sulle matrici del ciclostile, continua con la musica strimpellata con la chitarra suonata insieme agli amici nel periodo in cui i gruppi musicali si chiamavano ancora “complessi”, matura con le tavole disegnate a china quando a ingegneria cominciai a usare per motivi di studio l’inchiostro di china.

In altre parole credo che la spinta energetica di ogni percorso artistico sia la curiosità verso qualsiasi cosa senza pregiudizi e limitazioni di genere.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Molti rispondono a questa domanda anche se io ritengo che sia quasi impossibile farlo.

La mia risposta è che sicuramente ha avuto un’influenza la mia famiglia, che ha coltivato le mie inclinazioni, insegnandomi a leggere, comprandomi libri e riviste per ragazzi, portandomi con loro fin a da bambino quando si visitavano chiese e musei.

Hanno avuto anche una grande influenza gli studi (liceo classico, ingegneria, studi musicali privati).

Per quanto riguarda artisti ed episodi, la risposta non può che essere generica, quando si è vissuta una realtà che in campo artistico in questi decenni ha offerto di tutto in quantità senza precedenti.

Posso capire dal punto di vista dei media questa necessità di classificare secondo influenze e generi, ma penso che questa classificazione non debba farla l’artista stesso, che deve essere libero di cambiare linguaggio espressivo e far affiorare influenze sopite, mai prima manifestate.

Cosa cerchi in queste forme d’arte.

Niente di più di quello che cerca un bambino che costruisce un castello di sabbia o traccia segni colorati su un foglio di carta.

Espressione.

Espressione significa letteralmente “spremere fuori”.

Nel caso di una qualsiasi forma d’arte, dare una forma materiale ai propri pensieri e sentimenti immateriali.

Creare forme che possano indurre e far risuonare sentimenti simili in quelli che fruiscono l’opera.

Soprattutto vedere i propri pensieri e sentimenti distinti da sé, fuori da sé stessi.

Naturalmente l’espressione da adulti deve essere supportata da competenze espressive.

Anche se qualcuno fa credere che non sia così, nessuno può esprimersi in modo apprezzabile se non ha studiato e sperimentato duramente.

È sempre necessaria una solida base da mettere al servizio del talento.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Mi è piaciuto molto lavorare al mio libro “DiVersi” per il quale ho scelto l’inusuale forma dell’album.

Volevo dare delle parole a delle suggestioni grafiche ovvero delle grafiche a delle suggestioni verbali.

In ogni pagina c’è quindi un’opera grafica e dei versi.

Spesso in forma breve.

Talvolta in metrica classica.

Ho ampliato questo gioco di suggestioni in uno spettacolo che ho chiamato “eVenti diVersi” in cui c’è una successione di suggestioni visive, verbali e sonore (presentazione e proiezione di un’opera grafica, lettura di versi, canzone/musica originale dal vivo).

Ho constatato che il pubblico apprezza questo tipo di spettacolo e lo segue con una attenzione tenuta viva dai commenti del conduttore, dalle immagini, dalla brevità incisiva delle letture scelte e dalle atmosfere musicali.

Negli spettacoli prodotti in Veneto mi accompagna il mio gruppo “Punto Nemo”: Lietta Traversi (voce), Ivano Meola (sax tenore), Alberto Bombarelli (chitarra), Adolfo Iovino (basso elettrico).

Per le letture e i commenti offrono la loro preziosa collaborazione Valentina Berengo, Daniela Rossi e Valerio Bottin.

Punto Nemo, così chiamato in onore del capitano Nemo, è la denominazione geografica del punto più distante da qualsiasi terra emersa, centro di un cerchio di mare del diametro di 5400 km nella parte sud dell’oceano Pacifico, rappresentato nel logo del gruppo musicale.

Ciò a rappresentare il tentativo di non essere troppo vicini a nessuna classificazione di genere musicale.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Come ho accennato in precedenza, sono un ingegnere e vivo di quello.

Pertanto le mie espressioni artistiche sono totalmente libere dalle presunte necessità del mercato.

Il motivo è evidente: non mi serve un secondo lavoro con tutto ciò che comporta.

Mi serve invece poter continuare a esercitare le mie forme di espressione senza pressioni esterne, ma solo con pressioni interne, per i pochi che siano interessati.

Faccio un esempio.

Per me è stata fonte di grande soddisfazione il fatto che quest’anno l’Istituto Duca D’Aosta di Padova abbia scelto una mia opera per la rassegna permanente DudA (Duca d’Arte) che prevedeva la raccolta di una sessantina di opere di artisti (molti professionisti quotati) da realizzare su tutte le porte dell’istituto e su alcune pareti; allo stesso modo sono stato piacevolmente sorpreso quando i “Mediterranean Ensemble” hanno scelto due mie opere grafiche per due loro suggestivi brani musicali (“Peixinhos Do Mar” e “Pizzica di San Vito”).

Per quanto riguarda i miei spettacoli multimediali, i tempi sono durissimi, perché le amministrazioni pubbliche non solo non finanziano più nulla, ma faticano a dare i propri spazi a soggetti che non gravitino in associazioni “amiche”.

Ma io e il mio gruppo non ci scoraggiamo e riusciamo a proporci in tutte le sedi disponibili.

Cosa consiglieresti a un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Gli direi che sta chiedendo un consiglio alla persona sbagliata, dato che io non ci vivo affatto, né mai l’ho sperato, sennò non avrei studiato duramente per cinque anni per fare poi l’ingegnere.

A un giovane direi comunque di cercare una strada che gli dia un lavoro.

Molti artisti che ho conosciuto hanno un altro lavoro (per esempio i musicisti insegnano nelle scuole e/o privatamente).

Molti scrittori, alcuni anche noti, hanno un altro lavoro (professori, professionisti, avvocati, giudici, ingegneri, ecc.).

Solo pochissimi possono dire di “vivere d’arte” e questi pochissimi probabilmente devono adeguarsi al mercato che dà loro da vivere.

In conclusione a chi si butta nell’arte sperando nel successo direi di lasciare perdere, anche perché il successo non gli darebbe affatto la qualifica di artista; così scrisse Victor Hugo:

Diciamolo pure en passant: ciò che si chiama successo è cosa orrida per la sua falsa somiglianza con il merito, e inganna gli uomini. Per la folla, la riuscita ha quasi lo stesso aspetto della supremazia. Il successo, questo sosia del talento, inganna anche la storia. Ai nostri giorni una filosofia quasi ufficiale è entrata al servizio del successo, porta la sua livrea e ne sorveglia l’anticamera.

La teoria è: riuscire. Prosperità presuppone capacità. Vincete un terno, passerete per uomo abile.

Chi trionfa è venerato. Abbiate fortuna, e dormite. Siate felici, e vi si crederà grandi.

All’infuori di cinque o sei eccezioni immense che fanno la luce di un secolo, l’ammirazione contemporanea non è altro che miopia. Si scambia l’orpello per l’oro“.

Contatti:

pagina web: http://www.trapanotto.it/SergioTrapanotto.html

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pagina pubblica Sofofobia: https://www.facebook.com/Sofofobia/?fref=ts

Francesco Cogoni.

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