Intervista a Sarah Bowyer

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico nasce molto presto, da bambina.

Forse davanti ad un capello attorcigliato in un lavandino, trovandoci una forma e ridisegnandola o forse nel mondo colorato medio orientale, dove ho vissuto nell’infanzia.

La mia scelta è stata molto precoce e sicura e ha seguito un percorso scolastico tra le lunghe sedute di coppia dal vero in italia al liceo artistico e gli schizzi veloci e istintivi nelle scuole ed università Indonesiane.

Questo mi ha dato la possibilità di evolvere diversi approcci alla figura e all’immaginazione.

L’accademia di belle arti a Torino ha poi arricchito le mie capacità tecniche e le conoscenze artistiche e storiche e l’erasmus in Olanda ha dato un ulteriore tocco di libertà alle mie interpretazioni.

Ho partecipato alle mie prime mostre con gallerie italiane l’ultimo anno di accademia per poi avere un cambiamento qualche anno dopo, trasferendomi in India, dove ho comunque lavorato ed esposto.

Ritornata in Italia ho ripreso la mia ricerca e la partecipazione a mostre collettive e personali, rimanendo indipendente da contratti e lavorando anche nel mondo dell’happening, della scenografia e della performance.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Sicuramente la mia ricerca spasmodica sulla situazione psicologica e sociale dell’essere umano è dovuto in gran parte al rapporto importante con mia madre che era sociologa.

Tutto ciò che è la conoscenza visiva e storica di artisti del passato e contemporanei hanno influenzato il mio percorso, ma i principali potrebbero essere da Piero della Francesca a Aubrey Beardsley, da Michelangelo a Vermeer, da Paladino a David Hockney. Ultimamente il bisogno di tornare al disegno ha modificato nettamente il mio lavoro in studio, trasformando ciò che erano le pennellate di colore, nello scavare il colore ad olio per far emergere l’acrilico sottostante.

Quest’ultimo mio percorso di ricerca mi sta portando a temi e soggetti molto introspettivi e spirituali, sicuramente collegabili alle mie lunghe residenze in oriente e ad un bisogno di maggiore motivazione. Contemporaneamente il mio percorso artistico ha avuto uno sviluppo parallelo, legato principalmente alla musica jazz e d’avanguardia, quindi con l’utilizzo della pittura e del digitale live: l’adrenalina e l’emozione del lavorare dal vivo raccogliendo l’empatia generale e le emozioni del jazz improvvisato sono legate alla mia infanzia da spettatrice, nei piccoli concerti di mia madre.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi e c’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

La mia ricerca principale è sempre l’altro, il prossimo o me stessa.

Ha sempre e comunque un attinenza umana, all’essere umano, ma si libera dell’incombenza teatrale e verbale, è un viaggio che faccio senza avere bisogno di presentazioni, di parole.

Materializzare in una forma, uno spirito o una sensazione, attraverso la tecnica appresa e le risposte che l’inconscio rende visibili, è per me un modo per ricevere risposte.

E’ un mezzo tra me e me stessa e tra me e gli altri.

Tutto il mio percorso di ricerca artistica ha in qualche modo incontrato e cercato di sconfiggere quegli ostacoli che si intrappongono tra la nostra anima e coscienza e la nostra maschera, tra noi e gli altri, portandomi, ad oggi, a lavorare su fantasmi interiori, su rivelazioni e visioni legate alla meditazione e ai sogni.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

La commerciabilità dei miei lavori è un fattore slegato dal rapporto che io ho con le mie opere durante la realizzazione.

Raramente ho un attaccamento a un’opera se l’evoluzione di essa è avvenuta senza intoppi.

Detto questo, il mercato ha leggi svariate: c’è l’amore per l’arte della gente comune che segna percorsi storici legati a bisogni sociali (non prettamente sempre di qualità) e poi ci sono i grandi collezionisti, le multinazionali e chi può scegliere cosa dev’essere esposto e venduto per lanciare dei messaggi o creare dei nuovi investimenti.

Il lavoro di un artista di qualità è più sottile e raffinato e la risposta ad esso non è disponibile finché non avviene.

Il valore dell’eternità di un’opera è ciò che spinge la mia ricerca, quindi il mercato a volte è doloroso, ma l’arte ne è anche la cura.

Il mio rapporto con il curatore e il gallerista dev’essere di comprensione reciproca e rispetto, dev’essere un rapporto arricchente, di fiducia e professionalità.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

L’artista rischia di perdere in sicurezza economica ed organizzativa ma acquista in libertà, crescita ed evoluzione.

Gli consiglierei di ricordare sempre questo baratto.

L’aspettativa non è un buon complice per l’artista.

Tutto ciò che torna in termini di vendite e successo è un surplus che non c’entra con la propria scelta e la propria ricerca, tutt’al più può esserne una conseguenza e non sempre.

Profilo facebook: https://www.facebook.com/sarahbowyerart

Francesco Cogoni.

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