INTERVISTA A REMO SUPRANI

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ho sempre avuto la passione per il disegno, una penna, una matita colorata, sono i primi strumenti con i quali un bambino può fissare sulla carta la percezione della realtà che lo circonda, un pensiero, una fantasia, senza regole apparenti se non quelle dettate dalla tecnica usata.

Questa voglia non mi ha mai abbandonato, nonostante i miei studi abbiano preso direzioni OPPOSTE, con dubbi risultati, rimanendo in un’ambito strettamente personale anche dopo il diploma al Liceo Artistico di Ravenna, del quale ho frequentato gli ultimi 3 anni.

Poi all’inizio degli anni novanta dopo alcune esperienze lavorative in ambiti diversi, per una casuale circostanza ho avuto modo di frequentare lo studio del padre di un amico, potendo così dedicarmi in maniera più assidua alle prime sperimentazioni “tecniche”.

Mi considero un autodidatta, all’inizio ho usato supporti e colori “incontrati per caso”, senza una ricerca particolare,soprattutto in opere di piccole dimensioni.

In seguito ho cercato di approfondire la combinazione degli stessi in maniera da ottenere un personale modo dipingere, privilegiando tanto il risultato finale quanto il modo per costruirlo.

Trovo fondamentale la sperimentazione, anche quella che può generare “errori” dai quali possono scaturire, a volte, i risultati migliori.

Parallelamente alla pittura ho indirizzato la mia ricerca verso superfici metalliche ossidate che mi dessero la possibilità di sviluppare un lavoro manuale, diverso da quello della pittura,ma altrettanto appagante.

Negli anni poi ho potuto dedicare sempre maggiore spazio a queste attività, considerandole un “lavoro” al quale educarsi, costruendo un percorso abbastanza continuativo dalla metà degli anni novanta sino ad oggi.

Quali persone artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Devo dire che in giovanissima età,prima di sviluppare una “identità artistica” ero interessato a una vastissima gamma di opere e artisti, soprattutto in ambito figurativo.

Ognuno di essi poteva trasmettermi informazioni ed emozioni, e non perdevo occasione per visitare importanti esposizioni di pittura, del novecento in particolare, o per immergermi nei padiglioni di Artefiera, dai quali uscivo sensibilmente frastornato.

Poi nel tempo, per assurdo, lavorando in studio ho vissuto un progressivo isolamento, cercando di concentrarmi su quello che volevo “tirare fuori”, riducendo al minimo le influenze esterne dirette e rivolgendo l’attenzione alla ricerca di tecniche e tematiche che rispondessero alle mie esigenze di trasferire sul supporto pensieri e stati d’animo:

“Suprani appartiene a quel genere di artisti che hanno bisogno di vivere la propria dimensione appartati, lontani dalla frenesia della vita attuale, dal consumismo, dalla tecnologia esasperata, dai riti sociali legati al proprio lavoro. Il suo è un fare pittura soprattutto per se stesso, una sorta di autoanalisi, che è esigenza di approfondimento di se e gratificazione al contempo”

( Alberto Fabbri 2006 ).

Apprezzo un certo modo di “fare pittura” che spazia dalle opere di Fontanesi alle sovrapitture di Arnulf Rainer, a prescindere dai significati e dalle tematiche trattate.

Sicuramente devo ringraziare i miei genitori per avere sempre appoggiato le mie scelte, e qualche altra persona incontrata negli anni, che con l’interesse e l’apprezzamento nei confronti del mio lavoro ha contribuito a un rafforzamento dell’ autostima, indispensabile forse a portare avanti qualsiasi percorso.

Che cosa cerchi attraverso l’arte ?

Bella domanda…

posso provare a formulare ipotesi…

Sicuramente ho deciso sin dall’inizio di non affrontare in maniera diretta ed esplicita tematiche sociali, o di impegno civile.

Dipingo per me stesso, un percorso introspettivo, un dialogo silenzioso, fatto di gesti.

All’inizio di ogni opera c’è una pagina bianca.

Seguono pennellate dure, scomposte, che mi danno una traccia che diventa tracciato per andare avanti, per chiudere il quadro.

Un quadro senza direzioni certe o obbligatorie.

Un prendere e togliere, con il soggetto come pretesto per fare pittura.

Una gestualità che nasce dal dubbio permanente, dallo stupore del risultato ottenuto senza cercarlo in maniera diretta o precostituita.

La testimonianza dell’unicità del momento.

Cerco di fare in modo che il mio” lavoro” si fonda con la quotidianità della vita, con la visione degli accadimenti, che accompagni la mia esistenza in un percorso evolutivo, o perché no, involutivo, dove il lavoro in studio sia solo “l’atto pratico” di tutto ciò.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare ?

Ho sempre cercato di dedicare molta attenzione ai supporti sui quali lavorare, escludendo quasi a priori la tela, e orientando il mio interesse verso la carta o il cartone, la cui diversa consistenza e superficie determina livelli di assorbenza del colore diversi e più stimolanti.

Non carte nate appositamente per la pittura o l’acquerello, ma carte la cui destinazione d’uso era diversa, risultando peraltro ugualmente interessanti.

Penso che singolarmente, i supporti, i colori, le tecniche, siano a disposizione di chiunque voglia cimentarsi con essi, e che solo la combinazione personale di questi elementi possa dare la possibilità di impostare un lavoro nel quale riconoscersi a livello individuale.

Senza per questo dover “inventare” a tutti i costi improbabili operazioni mirabolanti (soprattutto in un mondo già saturo di dubbie sperimentazioni, e non mi dilungo…) in fondo a volte bastano una matita spuntata e un pezzo di carta stropicciata per comunicare qualcosa.

Le ultime opere, a tema “rovine”, alcune delle quali esposte a febbraio 2016 nel corso di una mostra collettiva presso una galleria romana, vedono l’impiego di carte colorate di recupero, accuratamente raccolte, selezionate, stirate, nelle quali, l’intervento finale è solo l’ultima tappa della loro piccola “storia”, e dove il mio lavoro di preparazione è parte integrante della storia di quel risultato.

Allo stesso modo negli anni mi sono avvalso, per la creazione di “prodotti“ diversi, anche dell’utilizzo di lamiere di ferro ossidate, altro materiale sulla cui superficie è presente il casuale effetto dell’intervento del tempo, quel tempo che, perlomeno nella parte di mondo che occupiamo, ci viene sottratto ogni giorno da tecnologia e consumismo.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Devo dire che non ho mai prestato molta attenzione a questo aspetto, per naturale pigrizia nei confronti della ricerca di situazioni promozionali e di pubbliche relazioni, preoccupandomi principalmente di sviluppare un percorso privilegiando il lavoro in studio, direi, quasi dietro le quinte.

Certo, il nostro modo di concepire il mercato, vede attribuire un valore a qualsiasi prodotto, in qualsiasi settore, seguendo parametri dettati da valutazioni critiche solitamente, ma non sempre, rispondenti alla realtà e il mondo dell’arte è sicuramente più vulnerabile da questo punto di vista, e accrescerne o diminuirne il valore in base all’indice di gradimento, vero o presunto.

Il mondo è pieno di “artisti” e di “mercati”, a tutti i livelli, e ognuno deve cercare di trovare il suo spazio, piccolo o grande che sia, all’interno di esso.

Il fatto che accada o no, secondo me, ha un’ importanza relativa, al netto del percorso personale, e non è detto che, al di là dell’aspetto, seppure importante, ma puramente economico, possa togliere o aggiungere maggiore gratificazione a chi cerca di farne parte.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte ?

Premetto che sinceramente non mi ritengo nella posizione di poter consigliare qualcuno, quando a volte mi risulta difficile farlo perfino con me stesso.

L‘inizio di un percorso e la sua prosecuzione, in qualsiasi ambito, può essere difficoltoso, o può non esserlo, può avvenire per caso, e finire per lo stesso motivo, essendo numerose le variabili che ne costituiscono l’esistenza: contesti più o meno favorevoli, energie investite, tempo disponibile, ecc..

Dal mio punto di vista sicuramente è importante cercare di sviluppare un forte senso critico, soprattutto nei confronti del proprio “lavoro”.

Non necessariamente rapportato al “mondo esterno” ma strettamente collegato alle proprie capacità individuali, alla (presunta) coscienza di sé.

Trasformando, in una continua alternanza di dubbi e certezze, una passione in qualcosa di necessario.

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Francesco Cogoni.