INTERVISTA A PATRIZIA PALITTA

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Penso di aver sempre saputo quale fosse la mia strada, la storia dell’arte, prima ancora del disegno, ha segnato tutte le mie scelte di studio.
Nonostante andassi bene in tutte le materie, volevo fare arte.
Così ho fatto, prima frequentando il liceo artistico di Tempio, poi l’Accademia di belle arti a Sassari.
Mi sono sempre definita una pittrice con poca fantasia, ma una gran lavoratrice.
Solo negli ultimi anni, sto trovando la mia strada, anche se questa strada non è ben definita.
Mi dispiace finisco una pittrice “seriale”.
Ogni serie ha un percorso è una profonda ricerca.
Nasco come pittrice astratta, ma in questo ultimo anno avevo qualcosa da raccontare, e ho utilizzato il mezzo ” figurativo”.
Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Gli anni accademici sono stati terribili, continuo a pensare di aver perso tempo, quasi nessuno mi ha insegnato niente.
Al secondo anno non sapevo neanche cosa dipingere, volevo ritirarmi.
Un giorno, durante un viaggio, andai a vedere una mostra ad Arona, intitolata “da Renoir a Picasso” se non ricordo male.
Lì, vidi per la prima volta un quadro di George mathieu e di Hans Hartung.
Mi si aprì un mondo.
Capì che ero addormentata, mi serviva qualcuno che mi svegliasse.
Mirò, Pollock, Mathieu, Renoir, Michelangelo, la Lempicka, tutti, a loro modo, mi hanno fatto aprire gli occhi.
Vorrei citare anche chi mi ha fatto conoscere l’arte meccanica, che ha dato il via alla mia serie Meccanica-mente, ovvero Angeli e Delfini, mi hanno insegnato ad osservare l’arte da un altra prospettiva.
Cosa cerchi in arte?
Cosa cerco io nell’arte?
Mi prenderesti per matta se ti dicessi che dipingo le visioni che la mia mente produce?!
Un colore, una forma, una foto, una sensazione, sono tutte fonti di una possibile “visione”.
Ad esempio, nella serie “l’Accabadora”, mi è bastato vedere il martello con cui “finiva” i moribondi, per farmi avere una serie di immagini che poi sono state proiettate su tela.
Oppure un quadro di Mathieu mi è servito per dar via alla mia serie Meccanica-mente.
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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?
Gli ultimi anni sono stati segnati da 3 serie, le Scomposizioni visive, la serie dei figurativi, e la serie Meccanica-mente.
Mentre dipingevo una cosa, arrivava lo spunto per un’altra, ogni serie mi ha aiutata per la realizzazione dell’altra; penso che per quanto diverse, la mia mano si nota in tutte e tre.
Le Scomposizioni visive sono nate dopo che i miei dipinti astratti mancavano di profondità, solo alcune parti dei miei quadri mi intrigavano.
Allora feci una cosa inaspettata, tagliai la tela ricavandone piccoli quadrati che “immortalavano” quei particolari, e li ho riassemblati creando un quadro nuovo.
Meccanica-mente arriva dopo aver conosciuto personalmente Delfini e Angeli, ho potuto vedere il loro modo di interpretare le loro opere, ne rimasi affascinata, tornai a casa con una serie di “visioni” che dovevo assolutamente trasportare su tela.
Solo ultimamente ho trovato la mia strada.
Una strada essenziale utilizzando i pezzi meccanici di biciclette che hanno fatto gare, penso che la bicicletta sia un’invenzione fantastica se pensiamo che il motore siamo noi.
I figurativi arrivano in questo ultimo anno, avevo bisogno di trasmettere sensazioni interne, è ancora in fase di lavorazione.
Ma, ciò che dipingo mi appartiene molto.
Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
Il mio rapporto con il mercato è pessimo, in pochi si interessano a ciò che faccio, son sincera, inizialmente la cosa mi preoccupava, mi faceva star male, poi ho deciso di fregarmene, dipingo per me stessa, le cose le prendo quando arrivano.
Ora sono in uno di quei periodi in cui penso solo alla mia arte, a dipingere e a comunicare.
Il mio carattere introverso non aiuta a “mostrarmi”, Penso che questo influisca molto.
Ora espongo poco, e se lo faccio è perché ho osservato molto il curatore che organizza, troppe batoste prese da finti curatori.
Io mi sento l’ultima dei pittori, ma ho a cuore quella magica parola chiamata ARTE.
Purtroppo ora espongono tutti e male…
e vendono per giunta! Un gran casino!
Per quello sfoglio sempre i libri di storia dell’arte, mi tranquillizzano perché penso che la ” bellezza” è esistita.
E spero ritorni.
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Ai giovani che vogliono vivere d’arte dico “fortunati voi se ci riuscite” io a trentatre anni non ci riesco.
E non lo pretendo, mi sento ancora come un alunna, ne ho di strada da fare.
Non mi va di dire che sia impossibile, dipende dai casi, ma una cosa voglio dirla: “siate degli umili lavoratori, non dovete mai accontentarvi, avete tra le mani un mezzo che, se la fortuna vorrà, verrà visto da tante persone… quindi, non prendete in giro il prossimo e soprattutto portate rispetto a quella parola chiamata ARTE”.
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Contatti:
Francesco Cogoni.
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