INTERVISTA A PAOLO DROVANDI

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Quando e come nasce tuo percorso artistico?

Sono autodidatta, nel senso che non ho frequentato scuole, accademie o corsi e, a dire il vero è difficile dire quando esattamente è iniziato.

Fu un amico a coinvolgermi nel suo “hobby”, poi lui mollò ed io per lungo tempo continuai ad imbrattare tele.

Direi che qualcosa di buono cominciò ad uscire intorno al 1995 ma fu solo nel 1999 che comincia ad avvertire tutta la forza della pittura.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Ammetto di essere ancora molto ignorante sul mondo dell’arte.

Non si finisce mai di scoprire dei gioielli anche in autori snobbati o sconosciuti.

Bacon mi folgorò, e penso spesso ai suoi ultimi lavori e ciò che lui diceva di essi.

Non ricordo esattamente ma qualcosa come dipingere la figura umana come un onda del mare che si infrange sugli scogli.

Penso che tutto il figurativo sia ancora alle prese con le sue parole.

E poi, Balthus, secondo me il suo antagonista, il quale è stato, per me, una chiave d’accesso per la pittura “antica”.

Cosa cerchi in arte?

Da pragmatico quale sono dico che la finalità della pittura è quella dell’arredo.

Di riempire uno spazio bianco.

E’, e rimane una faccenda piuttosto soggettiva.

Non è che sia spesso molto eloquente, la pittura.

Se il lavoro procede bene, si può avere qualche segnale, qualche immagine direttamente da dove sgorga, l’inconscio dell’autore.

In realtà, credo che l’ambizione di un po’ tutti i pittori sia quella di essere visti come stregoni, cioè, coloro i quali possono rivelarci qualcosa sul mondo dei sogni.

Cerco di farlo, almeno per me.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Certo, ma più che parlarne vorrei riuscire a realizzarla questa “parte” della ricerca.

Mi piacerebbe, guardando poi un mio quadro, chiedermi in che percentuale, il lavoro, sia frutto del mio inconscio e trovare risposta nel non riconoscerlo come mio, come sorto da un altrove.

Qual è tuo rapporto con il mercato?

Il mercato non ha rapporti.

Ha circuiti, è una macchina, una macchina da guerra.

Probabilmente la mia risposta a questa domanda è scritta nelle risposte precedenti.

Quello che dovrebbe fare il mercato verso un pittore, un artista è lasciarlo lavorare, anziché volerlo lavoratore.

Invece, lo vedo nefando per molti talenti, ma va be’… è facile attaccare da fuori…

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Credo che vi siano due vie da seguire principalmente, una è quella di trovare qualche gallerista che voglia investire su un lavoro che ritiene consistente e soprattutto affidabile, altra è quella dell’autarchia, della autopromozione sul web ecc.

Direi che dovrà essere molto generoso, la pittura è esigente, vuole tutto.

Se avrà quel grande amore per amarla.

Se le dedicherà quel grande studio per renderla ricca, ella potrebbe decidere di ricambiare.

Non speri però, che le sarà fedele.

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http://paolodrovandi.blogspot.it/

https://www.behance.net/PaoloDrovandi

 

Francesco Cogoni.

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