INTERVISTA A NORMA TROGU

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Nasce nella prima infanzia, non ricordo una tappa della mia vita in cui non sia stata alla presa con matite e tutto quello che mi permettesse di giocare con il disegno, stimolata dalla mia passione per le illustrazioni ed i cartoni animati.

Credo comunque di essere stata prima di tutto una precoce lettrice.

Disegnare quindi è stata da sempre la mia seconda lingua, anche perché vedevo mio padre disegnare senza colorare.

Formalmente ho iniziato nel 1978, quando sono entrata nella scuola d’arte “Martin Malharro” di Mar del Plata, la mia città in Argentina.

Da quel momento non ho mai smesso.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Difficile dirlo perché l’elenco sarebbe enorme.

Più che l’immagine è stata la ricerca portata avanti da alcuni grandi maestri della pittura che mi ha spinto a guardare diversamente il mondo reale.

Ad ogni modo potrei parlare di 3 tappe fondamentali: una iniziale, orientata alla pittura di Paul Gauguin e Henri Rousseau; una seconda molto lunga – che in fondo non è finita – verso l’opera di Marc Chagall e il suo “concedersi licenze”, cosa che non sempre è facile consentirsi.

Poi un ultimo periodo, nemmeno questo breve, in cui sono stata molto attratta dall’illustrazione: trovo in questo linguaggio esattamente ciò che voglio dire, ciò che provo oggi a 57 anni.

Avverto da quasi diciassette, diciotto anni, che il mio sentire è lì.

Cosa cerchi in arte?

Non so se la parola “cerco” è adeguata.

Posso dire che provo un enorme piacere nel creare il mondo che vorrei, poiché quello reale “me duele”.

Mi piace continuare a pormi domande, mi sento in pace quando lavoro, e lavorare per me è dipingere, disegnare, creare nuovi universi.

Posso dire che tento di godere del processo creativo, un obiettivo che mi accompagna da molti anni e chi mi ha salvato da molte angosce esistenziali.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Il mio lavoro non consiste solo nel dipingere, ma anche in un metodo di insegnamento per bambini che ho elaborato e col quale sto lavorando da 25 anni circa.

Gran parte dell’evoluzione della mia pittura ha che a vedere col lavoro che svolgo con loro e con la loro complessa semplicità.

La loro visione del mondo, quello che m’ insegnano, è enorme, unico, puro.

Sto scrivendo un libro sul mio metodo per guidare genitori e insegnanti nell’educazione artistico-evolutiva del bambino.

Consiste nel giocare con l’arte, fare di essa una parte integrante della vita che permetta di vedere il mondo come qualcosa da proteggere e salvare.

Do a loro quello che avrei voluto avere nella mia infanzia e non è stato possibile.

Utilizzo i grandi maestri della storia perché i bambini possano trasformare il loro percorso di crescita in un’ opportunità, anche migliorando la propria autostima, incrementandone libertà e serenità, allontanandoli da una società di video-clip che conduce al narcisismo e alla banalità.

Potrei dire che i miei più grandi strumenti sono la stessa condizione dell’infanzia e il gioco.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Vivo dell’arte da molti anni, ero nel mercato, ma attualmente non ho rapporti con galleristi e musei, e direi che a questo punto non è più tra le mie priorità.

Ho perso il desiderio borghese di inserirmi nel mercato.

Voglio solo dipingere e vivere la mia evoluzione in serenità.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Insegno pittura anche ad adulti, non solo a bambini, e la cosa sulla quale insisto di più e lavorare senza ansia.

Porsi domande, autorizzarsi la rottura di schemi realistici, non avere fretta di esporre e vendere.

Questo è un mestiere che deve essere alimentato anche da altre arti, leggere molto e vedere cinema per me è stato ed è fondamentale, perché ci introduce in un universo che, senza nemmeno sospettarlo, appare nella produzione.

Lavorare molte ore al giorno ascoltando la propria interiorità, essere fedeli al proprio desiderio perché un giorno, guardando indietro, non si avverta di aver obbedito solo alle aspettative altrui, dimenticandosi delle proprie emozioni.

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Francesco Cogoni.

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