Intervista a Nino Etzi

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Fin da bambino mi sono sempre dilettato in quella che era l’arte dell’incisione che praticavo solitamente con arnesi di fortuna: temperini sbocconcellati, raspe consumate dall’usura coi quali faticavo non poco per ottenere delle figurine ingenue in linea con la tradizione locale.

Solo agli inizi degli anni 70 ho incominciato a dare forma concreta ai miei lavori.

Scolpivo prevalentemente vecchie capriate di ginepro; scaricavo su di esse i miei stati d’animo e le mie nevrosi che venivano compensate dal profumo inebriante che si sprigionavano dall’anima del ginepro.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Quando incominciai a prendere coscienza che il passatempo dello scolpire era qualcosa di più che un passatempo, da autodidatta cominciai a frequentare, letterariamente, grandi artisti come Henri Moore che quasi mi invitava ad insinuarmi nei vuoti che creavo; Giacometti che mi suggeriva la scarnificazione della materia come a cercare all’interno di essa l’essenza della natura umana; Picasso, grande Picasso, gran maestro e suggeritore che ti invita alla semplicità, quasi sempre inarrivabile; e poi i vari Depero, Tavolara con i suoi pupazzi, e tutti i maestri della cosiddetta arte povera.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

La semplicità che spesso è irraggiungibile ma, forse, questa è solo una prerogativa dei grandi: vedi Picasso.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Il dialogo continuo con la materia scultorea sia essa legno, pietra, osso o qualsivoglia latra materia.

Un dialogo che dura ormai da quasi cinquant’anni, un dialogo privato iniziato col legno che scolpivo e scalfivo con pudore e tenerezza incuneandomi e accoccolandomi mentalmente nei suoi vuoti.

Lo stesso discorso l’ho continuato quasi in contemporanea con la pietra.

Un dialogo differente, invece, l’ho instaurato con l’osso (anch’esso, al pari del legno e della pietra, già in uso nel paleolitico), L’uso di questa materia mi è stato suggerito dal tentativo di rielaborare in chiave moderna i bronzetti nuragici con lo scopo di carpire da essi quell’alone misterioso di silenzio e solitudine che io percepivo e che ti inducevano alla al silenzio, alla solitudine, alla meditazione; al contrario, insomma, dell’apparire ad ogni costo, del protagonismo strombazzante, e invadente, teso unicamente alla prevaricazione.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Sono un pessimo manager.

Non sono mai stato capace di instaurare un rapporto con esso, al contrario di certi artisti (anche questa credo sia arte) che riescono a vendere anche i loro escrementi.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Vista la risposta precedente non credo di essere in grado di dare dei suggerimenti.

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Francesco Cogoni.

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