INTERVISTA A MONICA FIGUS

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Come succede con molti artisti, il mio percorso artistico comincia nella mia infanzia.

Dopo si è sviluppando attraverso diverse discipline.

Quando avevo quattro anni, nella piccola casa della mia famiglia, in Buenos Aires, passavo il tempo a disegnare, non era un gioco ne un divertimento, ma una necessità vitale.

Immaginare e dopo eseguire il disegno è stato sempre un piacere.

A quattordici anni ho iniziato ad imparare un metodo di disegno naturalista.

Da adolescente mi chiedevo cosa fosse la fantasia, forme e personaggi apparire dal nulla.

Da dove nasce il piacere di creare.

Perciò ho studiato nella Facoltà di Psicologia, dove ho presentato finalmente una tesi sul fenomeno della creazione artistica.

L’anno successivo ho iniziato gli studi nella Scuola Superiore di Arti Visuali di Mar de Plata, Argentina.

Mi sono laureata in disegno e pittura, anche ho lavorato come insegnante.

Intanto il mio lavoro artistico si allontana dallo stile classico, utilizzando materiali non convenzionali, avvicinandosi all’arte astratta informale, all’espressionismo figurativo, costruzione con oggetti e performance.

Mi interesso anche di teatro, il corpo come immagine creativa.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Al primo posto, l’influenza di radici familiari.

Io vengo da una famiglia sarda emigrata nella prima metà del XX secolo.

Mio padre, disegnatore tecnico, mi parlava sempre dell’arte antica italiana, e il mistero dei nuraghi.

La distanza dalla terra di origine, la nostalgia, le tradizioni vecchie, hanno potenziato il desiderio del arte.

E poi la forte influenza del posto in cui sono cresciuta.

La cultura del tango, con il suo dramma, sensualità, e il suo particolare umorismo.

La vita a una grande città, fatta di argentini e tutti gli stranieri che erano arrivati.

Molte tradizioni diverse.

Può essere definita come una pittura umana, un collage.

Posso dire che tutto questo è vivo nei miei viaggi, nei miei lavori.

Sono stata influenzata esteticamente anche dalla geografia e la cultura sudamericana, con forme e colori molto particolari e le tracce di culture precolombiane, come erano gli Inca.

Nella pittura, l’influenza di un grande argentino, Antonio Berni.

La composizione esplosiva di Willem de Kooning.

Il dramma esistenziale nel lavoro di Giacometti.

Il minimalismo sensibile di Constantin Brancusi, e il suo pensiero.

La rivoluzione dadaista, l’umorismo e la libertà.

Finalmente, la Sardegna nuragica, ricca di misteri e simbolismo.

Non posso scappare al fascino delle pietre sonore di Pinuccio Sciola.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Mi sono sempre chiesto che cosa cerco.

Nel corso degli anni, ho cambiato il soggetto, anche la tecnica, la modalità e l’abitudine del lavoro artistico.

Ma, in linea di principio, sempre io voglio fare il tentativo di esprimere qualcosa di personale, venuto del mio mondo, con la mia visione delle cose.

Quando il lavoro è finito, possono succedere molte cose.

A volte questo vibra nello spettatore, e scopriamo insieme qualcosa.

A volte questo scatena uno scontro di opinioni.

Finalmente, dopo tutto… qualcosa cambia dentro di me, e anche negli altri.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Ho avuto diversi temi e tecniche.

Vorrei parlare di alcuni gruppi di pitture che sono significativi per me, che mostrano diversi periodi.

Per esempio, la serie “Denaro”, il fanatismo per l’economia, la pazzia per il denaro, è stato uno dei temi da molto tempo, penso che con l’intenzione di abbassare la pressione sociale, e anche prendere dall’umorismo.

Tutte le relazioni umane e la vita quotidiana assorbiti dal valore del denaro.

Ho usato vecchia carta moneta, pesos al di fuori del mercato, senza valore, come colore.

Il valore del denaro fu trasformato in macchie di colore, perché la carta moneta era inserita nel lavoro.

In tempi di dittatura militare in Argentina, ho dipinto su l’identità, la lotta di essere, gruppo chiamato “Nessuno”.

Da quel tempo, e anche più tardi, un altro gruppo di pitture, chiamato “Sugli Viaggi”, l’esilio, che sono esistite in tutti gli tempi.

Figurano oggetti anche dentro dalla pittura, biglietti, pezzi di vestiti, ecc. come se tutto fosse rimosso dalla realtà e visto in un modo diverso.

Da alcuni anni, dipingo su geografia sudamericana, questa geografia può dirsi eccessiva, intensa, i simboli di antiche civilizzazioni.

Sono due linee di lavoro, imparentati, “Memorie de Sud America” e “Luna”.

È un contatto aperto con quello che troviamo imponente.

La diversità “corporale” di ogni volume apparso nel territorio, sembra a volte un’allucinazione.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Il mio rapporto con il mercato non è sempre lo stesso, non è continuo.

In generale cerco di dipingere evitando la pressione de l’idea di vendere, questo mi blocchi.

A volte l’artista può vivere diviso in due estremi, o nell’intimità del suo studio, alla ricerca del suo sviluppo; o lavorando su ciò che funziona nel mercato dell’arte.

Voglio avere un buon rapporto con il mercato ma non perdere la mia linea artistica.

Nelle fiere, mostre, io sono in contatto con tutte le persone che visitano, ma anche galleristi, collezionisti, amanti dell’arte, fondazioni.

Possono vedere quello che faccio, il lavoro e il processo.

Alcuni lavori appartengono a i musei, o sono nelle mani di collezionisti ed fondazioni de arte.

Ma non sempre questo si traduce in denaro, a volte significa un premio, o selezione per partecipare in un incontro artistico all’estero, uno speciale invito a una realizzazione artistica, etc.

Se parliamo specificamente de soldi, il mio rapporto con il mercato è variabile, per multiple cause, e vorrei fosse migliore.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Ah! Sono io che ho bisogno di un consiglio!

Posso solo dire alcuni riflessioni.

È vero che la gente non ha la fame o urgenza di comprare un originale, come succede con l’acquisto di mobili o gli altri oggetti.

Questo non c’è novità, purtroppo sempre stato così nella storia dell’arte.

Ma credo c’è molto da fare e da provare.

Tra l’artista isolato nel suo studio, e l’artista intrappolato dal business dell’arte, ci sono diversi livelli intermedi da gestire.

E ogni uno si muove in quello che è più simile a loro modo di essere.

L’artista ha, in primo luogo, il compito di essere un produttore de arte. Certo è che non possiamo lasciare di crescere come artista, e questo non è un’attività meccanica.

Dipende l’intensità del lavoro e, perché non dirlo, il talento naturale che non si trova tutti i giorni.

E un secondo ruolo è quello di un partecipante attivo a mostre, concorsi, laboratori locali e internazionali, ecc. dove anche si può vendere opere.

Per quelli che hanno tempo e perseveranza per le pubbliche relazioni, possono cercare de modo più deciso o aggressivo di entrare nel mercato.

In questo senso, ci sono anche molti artisti che hanno due o tre tipi di opere, quelle fatte per la sua voglia artistica, e quelle fatte per la vendita sotto le regole del mercato, o a richiesta.

Due modalità di lavoro, che può sembrare una decisione interiore, ma per molti questo va bene.

Un’altro ruolo è fare il direttore, o membro de una fondazione de arte (unione artistica, associazione…).

Può diventare un posto per sviluppo artistico, a volte con un solo direttore, o la direzione di un gruppo di artisti che appartengono a un’avanguardia o identificati con linea specifica.

La creazione di un centro artistico, o come si vuol chiamare, permette di sviluppare una attività commerciale legata a altre istituzioni di vendita.

Ho visto eccellenti iniziative in questo senso, in diverse posti dal mondo, con una evoluzione lenta ma sicura.

Mi fermo qui, sicuramente queste idee sono molto poco, magari saranno almeno un punto di partenza.

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Francesco Cogoni.