Intervista a Maya Pacifico

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ho sempre scritto di arte, collaborando con tutte le riviste del settore.

Non più di tre anni fa sono entrata in un negozio di belle arti per comprare delle matite.

I colori esposti sugli scaffali mi hanno attratta in modo irresistibile.

Così ho comprato tele, pennelli e tubetti di colore acrilico e tornata a casa ho cominciato a dipingere.

Mi sono divertita a ripercorrere il pop in chiave street art, usando pochi colori illuminati da pennellate fluo.

Ma è durata poco.

La pittura non mi soddisfaceva, ero alla ricerca di qualcos’altro, che interagisse di più con lo spazio che ci circonda.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Ho sempre creduto che arte e scienza viaggiassero di pari passo.

Dopo essermi diplomata al Liceo Scientifico mi sono iscritta a Lettere, laureandomi in storia dell’arte.

Quindi questa duplice formazione mi ha permesso di comprendere appieno la nostra epoca e i progressi scientifici che stanno portando a uno sviluppo sempre più avanzato della tecnologia.

La concezione che abbiamo dell’universo è cambiata in maniera radicale e credo che l’arte debba rispecchiare questo cambiamento.

Mi interessa la dimensione dello spazio e del tempo.

Nel mio lavoro voglio suggerire che esiste un’altra dimensione oltre quella visibile.

Questo dipende ovviamente dal fatto che l’infinitamente piccolo, che ancora non siamo capaci di vedere e che possiamo solo immaginare, non corrisponde più all’infinitamente grande.

E’ qui che entra in gioco l’arte.

L’arte esprime questo mistero: proprio come un taglio di Fontana.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

La mia idea è quella di fare arte basata sulla vita piuttosto che su altra arte.

Nel mio lavoro ho da sempre legato l’idea della violenza inflitta ai libri, tagliati e bruciati, alla perdita di memoria, alle paure inconsce e ai desideri repressi della condizione femminile collegandoli così al mio ruolo di artista donna.

Mi sono calata all’interno delle pratiche domestiche e ordinarie come il tagliare e il cucire.

Un lavoro lento, paziente e meticoloso.

Tutto ciò che sembra familiare e confortante come una superficie fluttuante di tanti frammenti di carta di libro che assomigliano a fili d’erba o una distesa di paglia intrecciata, viene stravolto dall’ossessione morbosa che porta ad accumulare una grande quantità di questi resti, a disporre su vaste superfici una infinità di pagine tagliate e bruciate, riutilizzate per essere sottratte alla perdita e alla definitiva scomparsa

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Estrapolare un senso da un qualcosa che è alla portata di tutti per portarlo a un livello alto è un gesto, un segno.

Non cerco di creare una nuova forma ma di dare un senso poetico a una forma riconoscibile che trasmetta un’emozione legata alla nostra memoria.

Ci stiamo liberando di tutta la nostra memoria scritta e stampata sotto forma di libro come se quest’oggetto fosse diventato ormai inutile, come se internet potesse sostituire tutto e come se tutto il sapere umano fosse disponibile esclusivamente in rete.

Ma questo è un errore che possiamo pagare molto caro.

Raccogliere vecchi libri e dargli una nuova vita vuole portare attenzione a quello che rischiamo di perdere.

Probabilmente per sempre.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Il mercato non è solo vendere le opere d’arte.

Il mercato è dare visibilità all’idea che c’è alla base del proprio lavoro, far circolare le opere, usare bene i social network e tutte le forme di comunicazione in modo intelligente, senza farsi sopraffare.

Trovo che l’arte debba arrivare al pubblico, non solo attraverso le gallerie e i musei ma anche appropriandosi degli spazi del quotidiano.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Gli consiglierei prima di tutto di non mettere su famiglia.

I guadagni in questo sistema non sono mai sicuri, a volte vendi a volte no.

E poi attenzione ai galleristi, la maggior parte di loro si accaparrano tutto il guadagno… agli artisti lasciano solo le briciole.

Le opere Caravaggio e Eggs with Feathers presenti nell’articolo, sono state fotografate da Peppe Esposito.

Pagina facebook: https://www.facebook.com/maya.pacifico?ref=br_rs&qsefr=1

Mail: [email protected]

Francesco Cogoni.

Precedente Intervista a Daniela Costanza Lintas Successivo Intervista a Massimo Mazzone