Intervista a Mario Fois

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Non so neppure io quando e come.

Disegno da sempre: sono stato stimolato e sostenuto dalla mia famiglia fin da bambino nell’espressione artistica.

Nei primi anni Ottanta ho iniziato con i graffiti, in un’epoca in cui non era semplice farli perché non legali.

Nello stesso periodo ho iniziato a dipingere su tela e da allora non ho mai smesso.

Sono cambiati i materiali, i soggetti, le forme e la sostanza, ma continuo a fare arte.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

I miei artisti di riferimento sono Haring, Picasso, Basquiat, Schiele e Pollock, molto differenti tra loro, ma che mi offrono ciascuno un aspetto che cerco di mettere nella mia arte: di Haring amo il colore e il movimento del tratto semplice (i suoi esordi sono nella street art), di Picasso il fatto che sia l’artista più completo del Novecento, Basquiat mi affascina per il segno naif e giocoso, di grande impatto, Schiele ha un tratto veloce e deciso, capace di colpire a fondo e graffiare, che mi smuove emozioni profonde, di Pollock infine amo il dripping e la gestualità con cui ha composto le sue opere.

Dal confronto con gli artisti che incontro cerco di trarre insegnamenti e spunti per nuovi lavori: credo molto nella rete e nell’influenza reciproca.

Credo inoltre che il periodo trascorso “a bottega” dall’artista Pietro Costa mi abbia dato degli strumenti fondamentali, le basi della mia tecnica pittorica.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Per me l’arte è il miglior modo per comunicare, la mia anima si presenta, si esprime all’esterno attraverso l’opera.

Come diceva Picasso “io non cerco, trovo”: trovo una mia dimensione di benessere, libera e istintiva, senza giudizio.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

La mia ricerca è continua, ogni cosa che vedo, ogni immagine è un’opportunità e le emozioni che circolano dentro di me sono l’ingrediente base del mio lavoro.

Lo studio del colore e delle reazioni chimiche tra diversi materiali mi ha portato al mio modo di dipingere.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Il mio lavoro è molto apprezzato in Italia, ma le soddisfazioni maggiori arrivano dall’estero, in particolare dal mercato asiatico.

Nel nostro paese molte gallerie chiedono agli artisti un contributo per esporre e trovo che questo non sia corretto, né indice di serietà.

Il gallerista dovrebbe credere nell’artista che contatta e promuovere gratuitamente il suo lavoro.

La richiesta di contributi, invece, mette l’artista in una posizione difficile, di svantaggio, che i galleristi contribuiscono a creare: è come se per la riuscita di un film contassero maggiormente gli operatori di scena, anziché regista e attore protagonista.

Quello dell’arte è un sistema che non sta dando ai giovani artisti la possibilità di emergere per le loro qualità, ma agevola in misura maggiore coloro che possono partecipare economicamente all’organizzazione delle loro mostre.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Non lasciare che la vendita dell’opera sia l’obiettivo principale, dando al proprio lavoro un valore coerente con la ricerca fatta, i materiali utilizzati e il significato che l’opera ha per lui.

Diffidare di chi vuole esclusivamente trarre profitto e non promuovere effettivamente l’arte.

Ammetto che non è facile vivere d’arte, ma costanza e dedizione sono i presupposti per diventare un artista.

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 Francesco Cogoni.

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