INTERVISTA A MARCO MARAVIGLIA

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Credo che tutti inizino il loro percorso artistico da piccoli.

Metti in mano ai bambini carta e pastelli e istintivamente connettono colori e cellulosa con il proprio cervello, creando figure che solo loro riconoscono perché frutto della loro mente libera.

Senza condizionamenti.

Io sono cresciuto in una casa in cui ero il possessore di un paio di fustini di detersivo pieni di mattoncini Lego, ma circolava di tutto: chine, tempere, oli, pennelli di ogni grandezza e morbidezza, carboncini, pastelli a cera, pastelli acquerellabili, gli Ecoline per colorare le foto in bianconero, aerografi… roba che appartenevano a mio padre ma che mi lasciava sperimentare.

Poi tutto si può interrompere bruscamente.

Per forza di cose…

A un certo punto credo di aver sbagliato strada: cinque anni di Istituto per Geometra, uno di Architettura e poi a 20 anni decisi che dovevo fare il fotografo, da autodidatta; a 22 anni la prima foto venduta per una rivista: 90mila lire!!!

Il contatto con la fotografia l’ho sempre avuto fin da piccolo.

Mio padre aveva uno stanzino adattato a camera oscura.

Era “la stanza segreta”.

Chiusa a chiave per evitare che io entrassi in contatto con i barattoli di idrochinone, metolo, iposolfito…

Quando avevo dieci anni mi insegnò la magia del ticchettìo del timer collegato all’ingranditore e quella dell’immagine che compariva sotto la luce rossa.

E mi dava libero accesso anche da solo.

Momenti in cui mi divertivo più a realizzare dei rayogrammi che a stampare i negativi.

Solo in età adulta decisi di iniziare a studiare l’arte e la comunicazione pubblicitaria.

A 24 anni mi qualificai Tecnico Pubblicitario previo esame con commissione del gotha della pubblicità campana e lombarda.

Avevo poco meno di 40 anni e conseguii da privatista il diploma di fotografia e grafica pubblicitaria all’ISA Boccioni di Napoli.

A 47 anni mi presi il diploma di laurea in Graphic Design conseguito all’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Sono state esperienze che hanno fatto rinascere in me l’interesse per le contaminazioni dei linguaggi espressivi.

I rayogrammi che elaboravo da piccolo erano sostituiti ormai dalle inesistenze di Impossible Naples che realizzavo col Photoshop shakerando le mie foto d’archivio, quelle che normalmente vendevo agli editori, con quella quantità di informazioni che mi giungevano dagli studi artistici.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Mi affascinano non tanto gli artisti in sé, ma il perché operano e quanto lavoro artigianale c’è dietro in termini di tempo.

Ciò che mi ha sempre intrigato è la funzionalità, lo scopo di certa arte. Non mi interessano i meccanismi intellettuali costruiti “ad arte” dal sistema dell’arte per imporre sempre le stesse cose o “geni” senza alcuna sostanza.

Mio padre era un designer, era il responsabile della comunicazione del Sud Italia dell’ENEL, per anni ha progettato e diretto lui i lavori di allestimento del padiglione ENEL della Fiera del Levante a Bari e da lui ho imparato l’importanza della funzionalità delle cose, della loro fruibilità ed utilità e possibilmente accompagnate da un certo senso estetico, da un’armonia che solo a distanza di anni ho capito che richiamava il concetto di bello aristoteliano.

Roba da Bauhaus, in effetti.

Questa è l’arte che mi piace, quella di Géricault che con La zattera della medusa fece una vera e propria operazione di giornalismo d’inchiesta mettendo sotto accusa il governo francese; o Beuys che con il suo evento delle 5.000 querce credo sia stato il primo artista “verde” della storia.

Poi ci sono certe manifestazioni che sono trasversali all’arte come il progetto Fun-Theory della Volkswagen in cui i partecipanti al concorso dovevano creativamente progettare soluzioni divertenti per risolvere problemi collettivi.

A livello puramente figurativo, mi piacciono le dimensioni metafisiche di De Chirico, le plasticità surreali di Dalì.

Il concetto cubista di Picasso e le prospettive impossibili di Escher che dovrebbero farci capire in ogni istante della nostra vita che abbiamo dei limiti riguardo i nostri punti di vista.

Cosa cerchi di cogliere ed esprimere attraverso la fotografia?

Attraverso la fotografia tradizionale non mi sembra si riesca ad esprimere più di quanto è già stato fatto.

I grandi progetti, solo per citarne un paio, di Sebastiao Salgado (v. Genesi) o di Francesco Zizola che trascorre tre settimane su una nave di Medici senza frontiere per documentare i soccorsi dei rifugiati, sono bellissimi ma anche perché fanno parte di un impegno nel sociale, ambientale.

È difficile esprimere qualcosa in maniera innovativa attraverso la fotografia.

A volte basterebbe anche stravolgere un po’ il modo di presentarla per creare appeal.

Franco Gengotti lavora con la fotografia 3D da sempre ed è riuscito a ridare un certo charme per una mostra sulla grande guerra (Lo Stereoscopio in Trincea) dove i visitatori con gli occhialini anaglifici rosso-cyano, “entrano” nelle foto.

Il lavoro di fotografo per l’editoria di viaggio e turismo mi porta a dover cogliere il meglio di quello che c’è in un luogo.

Non posso inventarmi nulla, è un lavoro descrittivo e poco creativo, devi solo cercare di realizzare lo scatto migliore senza farci stare dentro elementi di disturbo, capire il rapporto tra luce e ambiente, se usare una lunga esposizione per un panning…

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Le tecnologie digitali hanno aperto nuovi orizzonti in ogni campo.

I software di postproduzione fotografica presenti ormai da oltre sedici anni sul mercato, avrebbero dovuto generare una gran quantità di nuovi artisti provenienti dalla fotografia.

E invece non ne conosco molti.

C’è il russo Gennady Blohin che con le sue foto ricrea suggestive ambientazioni architettoniche che definirei impressionismo contemporaneo, poi ci sono Giorgio Lo Cascio, Victor Enrich, Nicola Quirico, Thomas Barbey, Roberto Vignoli, Sarah Vermeersch (solo per citarne alcuni)…

Tutti artisti che hanno saputo cogliere l’opportunità della postproduzione digitale della fotografia restituendoci visioni.

Il surrealismo contemporaneo.

Ecco, quello che mi interessa in una fotografia non è la descrizione, sia pur realizzata con maestria, ma la visone che l’autore riesce ad avere sorprendendoci con l’immaginario che ci propone dopo aver stravolto i contenuti reali di partenza.

Abbiamo tutti bisogno di sogni.

Ogni giorno vediamo migliaia di immagini sui social che ci descrivono una certa realtà.

Io ho bisogno di vedere cose impossibili, fantastiche.

Da piccoli avevamo le emozioni del luna-park, delle favole.

Oggi mi voglio emozionare osservando

l’inesistente e mi piace contribuire a questa creazione di luoghi impossibili assemblando tra loro immagini del mio archivio fotografico.

Impossible Naples Project (http://impossiblenaples.weebly.com/collection.html) nasce anche per questo motivo.

Desiderio di immaginazione e condividerla.

Iniziai nel 2000 e da allora ho prodotto alcuni “inesistenti” anche grazie ad eventi di arte partecipata come per Metamorfosi Reloaded, il panorama di Napoli più lungo del mondo.

Perché penso che il pubblico debba essere coinvolto, reso partecipe in certe forme espressive per cercare innescare nuovi meccanismi mentali che portano a vedere le cose sotto altri punti di vista.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho rapporti con mercanti d’arte o galleristi.

Non frequento molto gli ambienti “giusti” anche perché non so nemmeno quali siano.

Il mio mercato consiste nel contattare direttamente chi penso che potrebbe essere interessato alle mie immagini.

Poi c’è internet, i social… a volte funzionano.

Cosa consiglieresti ad un fotografo che vorrebbe vivere di quest’arte?

L’eclettismo.

Oggi non ci si può permettere di fotografare soltanto.

Bisogna essere grafici, web-designer, essere in grado di scrivere, saper organizzare eventi e mostre, avere un minimo di conoscenza dell’arte per potersi esprimere adeguatamente in certi contesti, saper relazionarsi con chiunque e, innanzitutto, pensare in termini di progetto, fare molta ricerca personale e non solo eseguire i compiti assegnati dalla committenza.

È in corso fino al 20 luglio una raccolta fondi per realizzare una mostra-happening di Impossible Naples Project.

Chi è interessato a sostenere il progetto può fare una donazione su Eppela a questo link: (https://www.eppela.com/it/projects/8413-impossible-naples-project-un-happening-partecipativo)

Labyrinth

Sito web: http://impossiblenaples.weebly.com/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ImpossibleNaplesProject/

E-mail: [email protected]

Francesco Cogoni.

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