INTERVISTA A LUCA COSER

Breve nota biografica di Luca Coser.

Luca Coser nasce a Trento nel 1965.

Studia all’Accademia di Belle Arti di Venezia al corso di Emilio Vedova, termina gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Tiene la sua prima esposizione collettiva significativa nel 1985, a cura di Danilo Eccher, e la sua prima esposizione personale nel 1989 negli spazi della galleria Ponte Pietra di Verona, a cura di Luigi Meneghelli.
Da allora ha esposto in numerose gallerie pubbliche e private in Italia e all’estero, presentato da autorevoli curatori e direttori museali. Nel 2010 ha vinto il Premio Combat Prize.
Nel corso del 2015 è stato invitato dal MART – Galleria Civica di Trento e Rovereto a realizzare un progetto artistico per la mostra “Il Sosia”, a cura di Federico Mazzonelli e Denis Isaia, e dalla Kips Gallery di New York per la mostra “There Are Reasons, a cura di Nicola Angerame, alla Artist Residency ARPNY, a Long Island City, NY. Nel 2016 è stato tra gli artisti selezionati per la Biennale di Rimini.

Attualmente vive a Trento e Milano, città quest’ultima dove insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Hotel, 2015-16 cm 190x190 - courtesy Luca Coser
Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ho iniziato presto.

A scuola ero una schiappa, però riuscivo nel disegno, quindi ho continuato a disegnare; mi dicevano che ero bravo, mi faceva stare bene.

Negli anni ottanta ho iniziato ad esporre in collettive con i compagni di corso dell’Accademia, poi delle collettive più selettive con buoni curatori e nel 1989 la prima personale, e poi non ho più smesso.
Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Sono stati molti, diversi in diversi periodi.

Ho sempre diviso la mia passione tra i maestri della Storia dell’Arte e gli artisti a me contemporanei, e il mio lavoro è stato influenzato nei modi più inaspettati.

Di alcuni artisti mi è piaciuta la materia pittorica, di altri il risultato formale, di altri la selezione cromatica, di altri ancora la personalità o la leggenda.

Da tutti ho preso qualcosa, non saprei dire in che misura.

Può sembrare strano ma mi sono più chiari i “debiti” che ho con gli scrittori piuttosto che con gli artisti visivi.

Probabilmente perché ogni mia scelta estetica affonda nelle mie ossessioni, e la letteratura permette con maggiore chiarezza la conoscenza di se stessi.
Cosa cerchi in arte?

Non credo di avere mai cercato nulla di particolare, se non quella strana e appagante sensazione che regala il senso di meraviglia quando guardi per la prima volta qualcosa che hai costruito con le tue mani. Un’emozione molto infantile che da adulti cambia aspetto ma conserva lo stesso carattere.

Non credo che l’arte migliori le persone, probabilmente le completa, o va in questa direzione.

Oggi per quel che mi riguarda, dal punto di vista professionale le ragioni che mi portano a fare quello che faccio hanno a che fare in parte con i miei interessi culturali, in parte con l’immagine pubblica che vorrei avere e in parte con necessità di tipo economico, e mi sforzo affinché le tre cose si accompagnino nel modo più nobile possibile.

Da un punto di vista più intimo invece non riesco a dare una risposta certa, sono ragioni che vanno molto a fondo, rimestano nel buio o in troppa luce, lontano, in passato mi sono fatto spesso questa domanda senza trovare una risposta, o forse trovandone troppe e quindi nessuna.

Di certo so che lavorare a un dipinto oppure passare parte della giornata in Accademia a parlare d’arte con i ragazzi mi viene più facile farlo che non farlo, è il mio modo di essere rispetto a quello per cui secondo me vale la pena vivere, tutto qui, e so fare solo questo.
Point 1 – 2015 cm 180×124 – courtesy Kips Gallery NY

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Di cui vorrei parlare anche no… ma se me lo chiedi ne parlo.

Ci riflettevo in questo periodo in occasione di un’altra intervista; più l’arte insegue dinamiche legate all’antropologia e alla sociologia, con le sue mode e i suoi rituali, più mi ritiro in studio a dipingere, cercando nello spazio chiuso e autoreferenziale del quadro una dimensione atemporanea che rivendico come linguaggio possibile.

Non mi è facile parlare dei contenuti formali e concettuali delle mie opere perché questi sono il risultato di una sfocata sovrapposizione di più elementi.

Lavoro sul recupero di umori ed immagini che appartengono alla mia memoria personale e al tempo stesso a quella collettiva.

Cerco di definire forme che rimandino ad altro rispetto a se stesse, a qualcosa di indefinito.

Il protagonista di un vecchio film che mi ha molto influenzato giustifica alcune sue azioni drammatiche affermando con spavento che con lui “corrono i fantasmi”.

Credo di poter dire la stessa cosa rispetto al mio lavoro artistico.

Quello che conta davvero della mia poetica è vicino, presente, ma non qui.
Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho mai amato i finti ingenui, le finte anime belle che considerano il denaro parte sporca dell’arte.

L’arte è una forma di linguaggio che si definisce “anche” nelle logiche economiche.

Il mercato non partecipa superficialmente all’affermazione dell’opera e dell’artista, è parte importante di un complesso sistema che nel tempo e in accordo con la storia stabilisce ciò che è significativo da ciò che lo è meno o non lo è per niente.

Personalmente del mercato cerco di sfruttare tutto quello che riesco ad ottenere, per produrre al meglio il mio lavoro, perché questo possa avere la maggiore visibilità, per vivere a modo mio.

E’ un rapporto per sua natura difficile, spesso duro e ingiusto, ma necessario.
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Sono passati quasi trent’anni dalla mia prima personale e consigli validi da dare in proposito non ne ho.

Voglio dire, o sei un artista o non lo sei, l’unico consiglio è che in ogni caso un po’ di pragmatismo non guasta; figlio di un operaio e di una casalinga ho investito molto fin da subito sulla possibilità di insegnare arte, per godere di uno stipendio e allo stesso tempo occuparmi di quello che amavo.

Se fossi stato ricco di famiglia probabilmente oggi non insegnerei, e forse non insegnerei nemmeno se fama e un successo precoce mi avessero portato a vivere solo della professione artistica.

Oggi nella mia vita lavoro in studio e lavoro in Accademia si sposano bene.

Point 2 – 2015 cm 180×124 – courtesy Kips Gallery NY

website: http://lucacoser.net/
mail: [email protected]

Francesco Cogoni.

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