Intervista a JOLE SERRELI

QUALCHE DOMANDA A JOLE SERRELI

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Come e quando nasce la tua passione per l’arte?

Nasce da bambina: ricordo che durante le scuole elementari, mentre facevamo un laboratorio, chiesi alla maestra che cosa stessimo facendo; lei mi rispose: «stiamo facendo arte».

Io le dissi, allora, che da grande avrei voluto fare solo quello, e lei mi spiegò che esistevano persone che facevano proprio soltanto quello, e si chiamavano artisti.

Era la mia Maestra Margherita, che ricordo con affetto.

Credo che sia fondamentale insegnare la manualità ai bambini, attraverso dei laboratori.

Ecco, così è nata in me la passione per l’arte, grazie a una maestra elementare.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Sono cresciuta studiando l’arte isolana, in particolar modo Francesco Ciusa, Costantino Nivola, Maria Lai e Pinuccio Sciola.

Loro mi hanno fortemente influenzata, sia all’inizio del mio percorso che ancora oggi.

Nel 2010 ho partecipato a una residenza artistica a San Sperate, presso la Scuola d’arte contemporanea di Pinuccio Sciola; da quel momento considero il “padre delle Pietre sonore” il mio Maestro.

Grazie anche a questi grandi artisti sardi, poi, mi sono avvicinata ad altri grandi artisti, italiani e non, tra i quali, soprattutto, Giò Pomodoro, Manzù, Giacometti, Carla Accardi, Pollock, Egon Schiele, Modigliani, Picasso, Piero Manzoni e Gianni Colombo.

Attraverso lo studio degli artisti, poi, si passa inevitabilmente ai movimenti: Concettuale e Minimal sono le correnti che mi interessano maggiormente; la ricerca della semplicità della forma è l’orizzonte al quale guardo.

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Nei tuoi lavori sembra essere forte il rapporto con la memoria. Che genere di memoria è indispensabile proteggere?

C’è chi scrive per non dimenticare, io creo con la materia per ricordare. Attraverso la materia, che può essere la pietra, l’argilla, e quindi la terra, o gli oggetti della vita quotidiana, voglio recuperare gli affetti genuini che non esistono più, riportare all’attenzione della nostra memoria il ricordo dei nostri cari, che la monotonia e i problemi della quotidianità ci fanno dimenticare.

In sostanza credo che sia indispensabile ricordare le nostre radici più immediate.

In particolare la mia produzione Animas, attraverso il filo con il quale lego gli oggetti, trasforma la materia nella metafora di un ricordo, spesso un vissuto non mio ma una confidenza, un affetto tramandato; così nel mio lavoro ricordo le persone che hanno segnato la mia infanzia.

Come vivi il tuo rapporto con il dolore?

Io sono una grande osservatrice, guardo quello che succede nel mondo, non solo quello che accade accanto a me, e sono profondamente colpita dalla sofferenza che colpisce ogni angolo del pianeta. Questo diventa materia di profonda riflessione che scaturisce ora in opere specifiche, o intere produzioni, ora in progetti artistici di solidarietà.

In pratica mi vesto dei dolori altrui, che diventano anche i miei, e li racconto attraverso il mio lavoro.

Che ambiente si vive a livello di sistema dell’arte, e quanta distanza c’è rispetto al quotidiano?

Non è stato mai facile, da autodidatta, raggiungere certi obiettivi ed entrare in un certo ambiente. Non avendo fatto certi studi non ho avuto la possibilità di avere certi contatti professionali, non ho avuto professori che mi hanno aiutata a entrare nel sistema, ho dovuto, invece, fare un’altra strada, imparare e cercare il mio percorso frequentando corsi e residenze.

Ora il problema è individuare le gallerie alle quali può interessare il mio lavoro, perché il mio lavoro non è commerciale.

Posso dire, quindi, questo: chi è autodidatta sente, sicuramente, sulla sua pelle, un certo snobismo da parte di chi proviene dalle Accademie, e fa più fatica.

Quello è l’atteggiamento di una parte del sistema dell’arte, quello più lontano dalla realtà della vita quotidiana, ed è proprio per riflettere anche su questa situazione che ho creato un progetto come “Inadeguato”.

Cosa consiglieresti a un giovane che vorrebbe vivere d’arte ma viene sommerso dai problemi del vivere in società?

Io sono l’ultima persona che può dare questo consiglio, proprio perché non vivo d’arte, ma posso dare consigli su come far conoscere il proprio lavoro: se si vuole vendere è necessario fare quello che dicono gli altri; se vuoi piacere agli altri, devi fare quello che gli altri ti dicono di fare.

Se invece vuoi fare arte per te, se vuoi creare seguendo il tuo istinto, i tuoi interessi e la tua ispirazione, allora devi cercare su internet concorsi e residenze.

Ma siccome su internet si trovano anche tante fregature, che impari a riconoscere solo con l’esperienza, e spesso dopo averci “sbattuto il muso”, a un’artista giovane consiglierei l’iscrizione al GAI, Giovani Artisti Italiani, un sito internet sicuro, dove sono segnalati concorsi seri e residenze importanti. Ecco, quello è un buon punto da cui partire.

Io non vendo alle gallerie, ma c’è chi investe acquistando le mie opere; sono collezionisti privati che si appassionano al mio lavoro. A loro dico Grazie!

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Francesco Cogoni.

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