INTERVISTA A GIORGIO CAMEDDA

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso comincia nel periodo delle scuole medie intorno al 2002 quando mi dilettavo a produrre bozzetti di graffiti con risultati abbastanza mediocri.

Terminata la prima infatuazione per il lettering, ma non per la street art, verso il 2010 comincio a disegnare molteplici adesivi e qualche poster da incollare in esterni.

Alla fine del medesimo anno vengo spinto da mia madre ad iscrivermi presso il laboratorio della pittrice argentina naturalizzata oristanese Norma Trogu.

In questo posto meraviglioso, grazie ai preziosi consigli della maestra, in poco tempo imparo a stendere il colore, a capire le sue virtù e i suoi capricci, ad interpretare le forme, capire i meccanismi che regolano l’equilibrio della composizione, ma cosa più importante mi ha insegnato a vedere, ad osservare con occhio obbiettivo ciò che si pone di fronte agli occhi, cosa essenziale per imparare finalmente a disegnare (disciplina che ho realmente appreso negli ultimi 3-4 anni e nella quale ho ancora da migliorare).

Tra il 2012 e il 2013 frequento per sei mesi la bottega artistica di Carmine Piras che mi da la possibilità di lavorare con i materiali più disparati: metallo, legno, cera, pietra ecc… quindi vedere e imparare tecniche artigiane e scultoree che conservo gelosamente nel mio bagaglio.

Nell’estate 2014 tengo la mia prima personale presso la galleria Spazio 61 a Cagliari.

Incoraggiato dai risultati positivi che questa e altre due esposizioni mi portano la stessa estate, decido di iscrivermi al corso di pittura presso l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino che frequento tutt’ora.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Per i temi spesso sono ispirato più dai musicisti che dai pittori, in particolare da gruppi hardcore punk e grindcore come: Skruigners, Downright, OFU, Cripple Bastards, Grandine, Tear Me Down.

Parlando invece di arti visive sono molto legato ai surrealisti come Dalì, Magritte, Ernst e i fratelli de Chirico per la libertà immaginativa che si concedevano.

Ammiro molto Picasso e Braque per le inaspettate risoluzioni geometriche.

Bosch e i Brueghel per indagare e non dimenticare la natura umana meno nobile.

Turner, Toulouse-Lautrec e Degas per la loro pennellata.

I futuristi perché geni del colore e del movimento.

Gli scultori greci e i pittori rinascimentali perché maestri nella gestione delle proporzioni e dello spazio.

Fondamentali sopratutto per i miei primi passi sono stati però street artist come Shepard Fairey, Swoon, Banksy, Invader, Manu Invisible, Blu, Alice e c215 perché decidono loro le regole secondo cui giocare.

Altrettanto importanti sono la mia maestra Norma Trogu, che a livello emotivo mi ha trasmesso tantissimo e mia madre Valeria Cau, anche lei pittrice, in costante ricerca tra tecniche, materiali, stili e temi.

Ovviamente sono sicuramente influenzato anche tutti i pittori con cui sono venuto e vengo a contatto tra il laboratorio oristanese e l’Accademia.

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Cosa cerchi in arte?

Nell’arte degli altri credo di cercare sopratutto la conoscenza nelle sue sfumature più disparate.

Penso che anche solo il piacere (o il dispiacere) estetico che un opera trasmette dice moltissimo sull’animo e la natura umana.

Nei miei dipinti credo di voler manifestare le emozioni più pure e spesso più macabre nascoste dietro la maschera che ogni giorno indossiamo.

Per farlo cerco di indagare metodicamente le emozioni inconsce che la vita può proporre riproducendole graficamente.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Quest’anno accademico do un senso alla mia produzione per l’esame di pittura preparando una serie di dipinti che parlano dei vizi.

Intendo indagare il tema nella sua molteplicità.

Mi muovo in una dimensione a metà tra il reale e l’onirico, curo particolarmente le composizioni e cerco di mantenere il colore più puro che posso.

Sto lavorando anche ad una serie di incisioni che illustrano alcune canzoni hardcore punk.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho rapporti con quel mondo fatto di curatori, galleristi e critici che viene chiamato “mercato dell’arte”.

Comunque ho avuto la soddisfazione di ottenere qualche commissione e di vendere diverse opere originali.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

E’ un po’ presto per dare consigli ma immagino sia importante farsi notare, farsi pubblicità.

Poi credere nelle proprie opere e convincere gli altri della loro qualità, lavorare sodo con costanza puntando sempre ad una crescita.

Comunque riuscire a vendere bene la propria arte non significa necessariamente produrre arte di qualità, molti artisti geniali hanno vissuto in povertà, Van Gogh ha venduto un solo quadro in vita.

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profilo: https://www.facebook.com/giorgio.camedda1?fref=ts

Francesco Cogoni.