Intervista a Gianfranco Ferlazzo

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico nasce fra mille errori, inciampi e cambi di direzione.

Il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto all’età di cinque anni…

A nove, dopo aver visto al cinema il primo “Star wars”-ed “illuminato” dal suo immaginario -ho disegnato, su un quadernetto a righe, il mio “remake”, personalizzato, sceneggiato e totalmente a fumetti del film.

Naturalmente c’è stato il Liceo Artistico S:Marta, a Milano, di cui ricordo gli accidentati pavimenti dissestati ed in pendenza , l’odore di naftalina , la copia dal vero di polverosi busti romani e l’antagonismo con il vicino Istituto Tecnico con cui si organizzavano scorribande “punitive”.

E naturalmente ci sono stati gli anni dell’accademia di belle arti, anni bellissimi, di formazione:anni anche d’opulenza del sistema dell’arte -anni in cui (Parlo degli inizi degli anni 90′) se andavi ad un vernissage potevi andarci davvero a stomaco vuoto perchè mangiavi (E bevevi) a sazietà.

Ricordo una storica inaugurazione di Luciano Fabbro alla casa degli artisti: una tavolata pasoliniana lunga venti metri piena di ogni ben di dio, e prosciutti di parma appesi e camerieri in livrea e forme intere di grana padano…

Erano gli anni delle prime mostre: si andava ad esporre in gruppo, perchè si era affiatati ed anche perchè a vent’anni sei sempre in “Branco”, (Non ti muovevi da solo)… Si organizzavano mostre indipendentemente, con spazi improvvisati oppure a volte invitati da gallerie…

Ma erano sopratutto gli anni dell’improvvisazione espositiva.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Di artisti che mi hanno influenzato (Anche se apparentemente diversi dal mio lavoro) ne conto davvero a migliaia.

Ho sempre prediletto gli artisti con un linguaggio innovativo…

Così a caldo mi viene in mente David Hockney, Francis Bacon, Picasso naturalmente, Veermer, Basquait, Warhol, Duchamp, Piero della Francesca, Balthus, Jan Fabre, Boremahns, Rosenquist ma potrei andare avanti per altre trecento righe di questa intervista e direi che mi fermo qui.  

Sono nomi che attraversano il tempo, ecco perchè passo da un secolo all’altro, ma con una certa soluzione di continuità, credimi…

Voglio parlare di Frigidaire che per me è stata una vera rivista d’avanguardia (Voglio dire al punto di vista culturale/politico/artistico) e che ha sfornato i migliori nomi del fumetto nostrano Liberatore, Scozzari, Mattioli…

E poi c’è stato naturalmente Andrea Pazienza: Pazienza è stato un innovatore nel fumetto come Caravaggio nella pittura.

Ho amato molto i fumetti di Pazienza, ancora oggi lo riguardo con affetto ed ammirazione, è stato un vero talento e con un linguaggio unico.

Le letture mi hanno influenzato moltissimo: io sono un tipo che legge molto.

Oddio leggevo molto di più quando avevo vent’anni ma… dai mi do da fare anche adesso.

Per il mio ultimo progetto.

“The Adbusters project box” (Nato da una collaborazione precedente con il mitico Magazine canedese Adbusters e di cui qui vedete qualche immagine) ho stra letto Baudrillard, Barthes, Eco, Derrida…

Questo è un progetto che analizza i “segni” della nostra società contemporanea da un punto di vista prettamente semiotico, una sorta di “Bestiario” del nostro immaginario e del suo linguaggio che nasconde sempre, sottotraccia, una deriva ideologica.

Cosa cerchi attraverso le forme d’arte che utilizzi?

Per quanto riguarda quest’ultimo progetto cerco di analizzare l’immaginario contemporaneo, il suo tentacolare linguaggio: ogni linguaggio è “politico”, esprime sempre un punto di vista, immancabilmente.

“The Adbusters project box” analizza più categorie e registri espressivi e lo fa sempre con un certa idea Postmoderna, di rivisitazione.

C’è l’immaginario filmico, l’immaginario politico, c’è l’immaginario pubblicitario… Marcos Venuti, un caro professore di semiotica Brasiliano, mi ha detto che in ogni opera di questo progetto, immagine e parola, frizionandosi nello stesso spazio, producono un nuovo significato, una sorta di “sovversione fra testo ed immagine da vita a nuovo senso, un senso “rinnovato”- che non è un non-senso.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Parlare di quest’ultimo progetto è in realtà quello a cui tengo di più (Come un padre per l’ultimo arrivato dei suoi figli).

Penso che da un punto di vista prettamente semiotico questo lavoro sta avendo delle soddisfazioni.

Ultimamente si è tenuta una lezione di “introduzione all’analisi semiotica” con l’aiuto di un mio lavoro del progetto.

Un aula di università della facoltà di sociologia e gli studenti che , immagine sullo schermo, commentavano i “significanti” di una mia opera ,”Rich/Idiot”.

Penso che un prodotto artistico non debba avere come un unica sede di riferimento, che sia galleria o museo…

E’ nel “mondo”, nella società che deve immolarsi…

Quale è il tuo rapporto con il mercato?

Conflittuale direi.

Non ho una grande idea positiva,voglio dire sull’equivalenza opera/denaro Parlo da un punto di vista etico.

Il mio rapporto con il mercato l’ho avuto quando ho esposto ad “Affordable art fiar”, alle fiere internazionali, ad “Arte accessibile”… Un rapporto di vendita essenzialmente.

Per cui il gallerista si prendeva il quaranta percento come commissione.

Quello si, devo dire che mi è successo ed è decisamente quello che si dice “Un rapporto col mercato”.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Gli consiglierei di fare il gallerista ahahah o il mercante, forse il mercante è ancora meglio…

Scherzi a parte, gli direi di vivere “nonostante” faccia arte.

profilo: https://www.facebook.com/gianfranco.ferlazzo.9

Francesco Cogoni.

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