INTERVISTA A GIAN REVERBERI

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Che strada hai percorso prima di raggiungere la tua attuale espressione artistica? ce la racconti?

La mia attuale espressione artistica è il risultato di un processo evolutivo sia culturale che creativo guidato da un interiore senso autocritico che mi ha portato periodicamente a confrontarmi con l’operato di artisti di sfere culturali diverse dalle mie, che poi successivamente io ho appreso e condiviso.

Una sofferenza d’animo che mi ha accompagnato fin dai primi anni della mia attività artistica, fin dal ’64, a 18 anni, finiti gli studi all’Istituto d’Arte P. Toschi di Parma, ove acquisii i contenuti dell’arte storicizzata o poco più, quindi la mia ansia di confronto verso la quale potevo misurarmi era rivolta prevalentemente ai grandi Maestri del passato, dalla Grecia Classica agli Impressionisti francesi, che costituivano la mia limitata sfera culturale e anche tecnico-artistica di allora.

Per questo motivo a quel tempo ritenevo valido realizzare tutto ciò che esprimeva un sentimento o un’emozione provata con l’obiettivo di trasmettere figurativamente quel momento lirico, anche per lo stile mi rifacevo, logicamente, ai Maestri che avevo studiato.

Penso che per me quella sia stata una fase di ricerca, che come ogni artista nella sua crescita stilistica debba quasi sempre percorrere, per poi superare migliorandosi, fino al momento in cui maturando come persona e come operatore si trovi attratto o proiettato verso una superiore sfera culturale ed emotiva, ponendosi nelle condizioni di voler prima acquisire e poi confrontarsi con il nuovo pensiero stilistico assimilato, ponendosi così un nuovo obiettivo artistico.

Negli anni ’70 approfondendo la mia conoscenza sui Movimenti Moderni del primo ‘900, mi sorse presto l’esigenza di raffrontarmi con i loro esponenti, allora creai il mio primo stile plastico scultoreo “Figurativo moderno”, uno stile personale che si esprimeva tramite figure dalla posizione dinamica, con una linea essenziale ed armoniosa, dal lato culturale mi interessava esprimere gli stereotipi che la società contemporanea esaltava tramite i mass-media.

Infatti i soggetti erano perlopiù danzatori (spettacolo), atleti (lo sport), figure dinamiche che rispecchiavano nella realtà quelle persone che plagiate da una società efficentista si prodigavano vivendo un’esistenza dai ritmi frenetici, sfiorando a volte i limiti della propria resistenza umana, ma l’importante era, anche se per un momento, diventare dei protagonisti.

I risultati che ottenni in quegli anni mi soddisfecero per circa un decennio, fino a quando un’ulteriore approfondimento artistico culturale mi fece nascere l’esigenza di confrontarmi con un’arte che fino ad allora non avevo compreso, l’Espressionismo, una corrente artistica già ampiamente sperimentata dagli artisti dell’ultimo secolo, ma che negli anni ’80 era ancora un buon filone creativo.

Acquisita la filosofia di questa nuova corrente artistica, lasciai alle spalle il concetto di rappresentazione figurativa del soggetto e anche quello di trasmettere uno stato d’animo per proiettarmi verso concezioni di forme più creative, finalizzate ad ottenere opere di notevole impatto estetico che intendevano essere nello stesso tempo oggetto e soggetto.

Fu così che negli anni ’80 iniziai una nuova produzione, che nelle mostre successive denominai “Figure e Forme”.

Queste opere compositivamente avevano una particolare sinuosità della linea e un calibrato equilibrio fra le superfici incave e quelle concave che le costituivano e che si alternavano per sottolineare la drammaticità e il dualismo che le opere intrinsecamente volevano esprimere per rispecchiare le tensioni, le indecisioni e le incoerenze, che secondo me caratterizzavano l’animo dell’uomo contemporaneo, vittima delle contraddizioni di una società postindustriale dove si credeva che tutto fosse lecito.

Negli anni ’90 la mia insoddisfazione riapparve quando riflettendo sulle parole detemi da Bonito Oliva, cioè che l’arte contemporanea era basata sul principio costruttivo dell’opera e non da quello classico del togliere la materia superflua, e che questo nuovo processo operativo era avvenuto con il concepimento della corrente Informale e dalla quale successivamente si svilupparono tutte le tendenze moderne derivanti dai comportamentisti.

Dopo aver approfondito lo studio sui principi della corrente artistica Informale mi resi conto che l’attività artistica che meglio sposava la mia creatività e la mia conoscenza tecnica era l’Arte Povera la quale prevedeva l’utilizzo o meglio il riutilizzo di oggetti della vita quotidiana o di materiali alienati del processo della produzione artigianale ed industriale.

Cambiavo così totalmente la filosofia costruttiva delle mie opere, che non avveniva più tramite l’eliminazione delle parti superflue partendo da un blocco di materia, (tecnica classica del togliere) e che spesso aveva un soggetto di riferimento, bensì si trattava di creare concettualmente e poi fisicamente un’opera che progressivamente aggrediva e occupava un nuovo spazio fantastico.

Comporre opere assemblando, accostando, manipolando diversi pezzi o elementi reperiti anche casualmente mi esaltava la fantasia e sollecitava la mia creatività, tanto che a volte mi ritrovavo in uno stato di euforia creativa.

Tutto ciò, probabilmente, perché ero consapevole di riuscire a creare opere di significato estetico-artistico senza avere nessuna forma reale a cui fare riferimento, per cui la composizione era frutto di pura fantasia che con l’azione diventava concreta.

Questa esperienza è durata quattro anni, l’unico aspetto negativo che rilevai, facendo mostre personali e che mi fece riflettere sul mio prolifico operato, fu che, essendo la mia creatività molto legata all’utilizzo di materiali refusi industriali, veniva condizionata esteticamente dal tipo di elementi che via via trovavo, impedendomi materialmente di ottenere una ampia produzione con una sola e ben identificabile linea estetica.

Quindi successivamente, non a caso ma per la trentennale esperienza di “homo faber” modellatore della materia, ho preferito orientarmi e concentrarmi esclusivamente sui Panneggi plastici, ricerca che nell’esperienza Informale precedente mi aveva permesso una maggiore manipolazione della materia.

Infatti ciò che creo attualmente sono Panneggi Scultorei in stucco ceramico che si presentano in forme e composizioni diverse, panneggiature che hanno sempre linee armoniose e dinamiche, che si librano nello spazio, avvolgono o intersecano altri materiali, prendono aspetti diversi, da quelli geometrici a quelli dove raggiungo forme di recupero figurativo, proponendo sempre all’osservatore un gioco di ombreggiatura plastica e dinamica.

Figurazione che nelle prime opere esprimeva un concetto esistenziale e metafisico per poi identificarsi soggettisticamente in opere di Pop-Art esprimenti il vuoto interiore degli individui che tendono prioritariamente a voler mostrare, attraverso la rincorsa delle mode e degli atteggiamenti, una personalità che non esiste, contando solo sulla esteriorità creando così falsi miti ma di notevole popolarità.

Con l’esperienza acquisita nel fare opere composite e componibili, rinunciando a ogni velleità di fare opere commerciabili per un pubblico sotto acculturato della mia sfera sociale ed economica, nel 2008 iniziai a creare le prime installazioni che raggiungevano dimensioni notevolmente maggiori delle precedenti, affrontando soggettisticamente temi a carattere sociale, comportamentale ed ecologico.

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Cosa cerchi attraverso l’arte?

Poter esprimere me stesso nel contesto della nostra società.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Come mezzo di potenziali vendite lo ignoro, come sistema di rapporto con gli artisti sono molto critico perché oggigiorno tende a promuovere manifestazioni che si avvale dello sfruttamento dell’Ego degli artisti viventi piuttosto che promuoverli e integrarli nel mercato commerciale che però oggi è piuttosto fermo.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Oggi ci sono troppe situazioni e pareri contraddittori per formulare un giudizio positivo, molto dipende dalla fortuna, si può fare la fame o raggiungere la notorietà anche se non si è eccelsi artisti (vidi quelli della Transavanguardia, quando hanno iniziato) Quindi avanti i giovani che vogliono avventurarsi in questa palude.

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Francesco Cogoni.