INTERVISTA A GENNARO CILENTO

Automa, acrilico su tela,2010

 
Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Il mio percorso artistico nasce quando ero ancora studente dell’Istituto statale d’arte Filippo Palizzi e ringrazio ancor oggi il mio docente di Disegno dal vero, Rosario Mazzella il quale nel momento in cui mi disse che ero pronto per dipingere chiedendomi di portare su tela i miei pastelli su carta, per lo più disegni di elettrodomestici e utensili, mi ha indirizzato verso la strada giusta al momento giusto, conferendomi un’anima come solo i grandi Maestri sanno fare.
All’epoca quando ho affrontato il mio primo quadro ero un tantino scettico delle mie potenzialità.
Scelsi il disegno di una sega da tramutare in pittura.
Il mio primo viaggio nella tela si rivelò un emozione irripetibile, come si dice in gergo un vero trip da sballo.
Zero difficoltà o quasi quando lo realizzai, in pratica alla fine non era fare altro che chiaroscuri con un pastello con le setole.
Beh lo ammetto qualche prezioso consiglio visivo me lo diede mia madre che aveva l’occhio cromatico, una rara qualità oltre ad avere quella del “pollice verde” in cucina per i sontuosi manicaretti che preparava.
Il mio Maestro apprezzò l’opera prima e mi spinse sempre di più verso la pittura e nacquero così tanti oggetti ispirati ad una bizzarra cartellonistica pubblicitaria essendo molto affascinato dal concetto di comunicazione ed anche perché non frequentavo Pittura come sezione ma Arte della Stampa.
I soggetti erano posti di solito su un contrastante fondo fluorescente con delle scritte per lo più inventate che richiamavano la divulgazione.
In seguito le macchine domestiche man mano si sono evolute in fantastici “mostri” biomeccanici ambientati in scenari apocalittici, come esplosioni nucleari, fumi industriali, eruzioni vulcaniche etc.
Oltre a sfornare tele in quel periodo tra una birretta e l’altra, per strada di notte col mio caro amico e compagno di tante avventure Fabio Attolini ci divertivamo non poco con pennelli e vernici a ridipingere con soggetti a noi cari qualche muretto di notte, giusto così, al volo, fuori a qualche scuola per tener viva la creatività.
Ma quelle fugaci opere resistevano al massimo un paio di giorni e chi di dovere le ricopriva con squallide tinte uniche.
Beh come si dice basta aver goduto di pura arte in quei momenti “on the road”.
 
Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Nessun artista ha ispirato il mio lavoro, sopratutto agli esordi anche perché come ti ho già detto ho incominciato a dipingere da giovanissimo, poco più che sedicenne e ho avuto la fortuna di trovare presto un proprio linguaggio.
Onestamente all’epoca digerivo poco anche lo studio della storia dell’arte, chi se le filava quella sbobba!
Chi li conosceva tutti quegli artisti ben rilegati nei libri di testo.
Quindi modelli di riferimento non ne ho avuti.
Nel tempo, maturando ovviamente ho scoperto tanti Artisti per certi versi vicini a me sopratutto quelli di matrice per così dire apocalittica o cyberpunk come Otto Dix e Giger ma l’attinenza che qualcuno erroneamente può trovarci è per lo più inerente a qualche forma o a degli elementi vari che parliamoci chiaro appartengono ad una visione collettiva e che qualsiasi artista può raffigurare a modo suo e con qualsiasi tecnica.
Una maschera antigas o la dipingo io o un Pinco Pallino qualsiasi resta sempre una maschera antigas cambia solo nell’estetica.
Adoro molto la settima arte, e registi del calibro di Shinya Tsukamoto, che sento molto vicino a me per lo più dal punto di vista concettuale.
“Le avventure del ragazzo del palo elettrico” e “Tetsuo” sono due sue pellicole che a definirle stratosferiche è poco!
Fantascienza b-movie ma con un montaggio subliminale con personaggi le cui carni si mescolano con oggetti per lo più metallici e violenti combattimenti nei sobborghi di allucinate metropoli post-industriali.
Beh rimanendo in tema di pellicole per questi film aggiungerei, come dice il caro vecchio drugo Alex in “Arancia meccanica” : “…Oh deliziosa delizia e incanto.
Era piacere impiacentito e divenuto carne.
Come piume di un raro metallo spumato, o come vino d’argento versato in nave spaziale.
Addio forza di gravità.
Mentre slusciavo, quali visioni incantevoli…”!
 
Cosa cerchi in arte?
Tendo sempre a leggere qualsiasi immagine che focalizzo secondo il mio stile, come se avessi un paio di occhiali speciali che indossandoli  mi permettono di vedere tutto ciò che mi circonda non distraendomi mai ,senza perdere mai l’obbiettivo prefissato.
Tutto ciò che “profuma”  di punk, cyberpunk, industriale e post atomico caratterizzato da degrado urbano come bidoni di spazzatura con  raggrinziti gattini radioattivi e ratti mutanti, ciminiere che rigurgitano veleni , “ologrammi ” di cybersexy pin-up etc  mi stuzzica non poco l’appetito.
Sono sempre alla ricerca d’immagini da reinterpretare ed esasperare con colori acidi  e fluorescenti e “cibernetizzare” in quanto nei meandri del mio cervello c’è sempre un robot .
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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?
Ti parlo un po’ del mio ultimo progetto pittorico: “Le tre Madri”.
E’ in pratica un trittico di tele, ognuna misura 100 cm. (b) x 150 cm. (h) e raffigura proprio tre Madri.
In ogni opera la donna mutata nelle sue fattezze estetiche tramite cavi cibernetici  sorta di tentacolari tubi di  “nuova” carne sintetica, da nutrimento al suo pargolo, prodotto dell’industria del giocattolo. 
Madre e figlio appaiono come due entità indissolubili, rivisitate nella loro interezza riportando la mente a post-umane creature biomeccaniche di un mondo ormai mutato anche geneticamente dove 
l’androide verso il proprio “bimbo”  tende a sviluppare sentimenti autonomi di maternità.
Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
Io non corro dietro alle così dette mode piegando la mia poetica a modelli estetici di mercato che vanno per la maggiore, confondendomi soltanto le idee rischiando di trasformarmi in una sorta di emulo che tenta disperatamente di arrampicarsi sugli specchi  per trovare una porticina  aperta  nel cosi detto sistema dell’arte, anche perché credo che ogni artista possa essere “impacchettato” per essere venduto se ha la fortuna di avere le persone giuste alle spalle, quindi è meglio coltivare con tranquillità la propria ricerca che riportare sulla tela soggetti di altri.
Io sono sereno, posso al massimo qualche volta litigare con la tela, ma poi in un modo o nell’altro si fa sempre pace.
Per me dipingere è anche arte terapia, ovviamente amo esporre ed  ho degli obbiettivi ma  non cerco mai di farmi piacere dagli addetti ai lavori mostrando ciò che non farei mai.
I miei collezionisti avranno sempre un Cilento a casa non una COPIA COPIARELLA!
 
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Wow!
questa sembra essere proprio la domanda da un milione di dollari.
Vivere esclusivamente d’arte oggi credo sia molto difficile, se non per pochi eletti  forse.
Anche  molti artisti ben inseriti nel mercato ufficiale non credo beneficiano sempre un entrata fissa mensile  visto il  delicato momento storico che tutti viviamo.
Ad un artista che rincorre il sogno di voler vivere d’arte un giorno consiglio innanzitutto di frequentare un ottimo istituto d’arti applicate per apprendere quanto più è possibile le tecniche basi  del mestiere.
In quanto a livello lavorativo serve anche se si vuol  per esempio provare ad entrare in una bottega o realizzare lavori su commissione, quanto meno per autofinanziarsi all’inizio e poi frequentare l’Accademia di Belle Arti o un’altra facoltà affine se si vuol provare a centrare l’obbiettivo dell’insegnamento, che con i tempi che corrono copre non poco le spalle.
Un artista in erba deve essere sfrontato e umile al punto giusto, esporre all’inizio  in qualsiasi tipo di circuito incominciando così a farsi conoscere e partecipare a premi e concorsi nazionali  e internazionali che prevedono giurie di qualità, escludendo bandi che richiedono ridicole quote d’iscrizione, quelli non portano a nulla.
Bisogna frequentare le mostre e conoscere altri artisti, anche un po’ più navigati e magari man mano riuscire a far visionare il proprio portfolio a qualche addetto ai lavori o ad una galleria d’arte che più o meno può essere sulla stessa lunghezza d’onda del proprio lavoro, meglio se presentati da qualcuno per avere un occhio di riguardo maggiore o  prendendo al limite un appuntamento col diretto interessato.
Mai lasciare ad una galleria cd di opere e andar via in attesa di una chiamata, è poco professionale ed inutile  in quanto spesso vengono cestinati. 
Un giovane artista deve curare molto la rete, sopratutto i social forum in quanto la comunicazione di massa oggi ricopre un ruolo fondamentale nella società.
Ci sono pure un paio di fiere in Italia e all’estero dove si possono affittare stand sperando di avere la fortuna di entrare in contatto con un certo pubblico che conta, ma può risultare comunque controproducente e attirare poco l’attenzione dei collezionisti se non si  ha una galleria che ti presenta e soprattutto è un tantino dispendiosa come operazione.
In ogni caso tutto questo bel discorsetto lascia il tempo che trova, sono un artista, non  un addetto ai lavori “TIRATO A LUCIDO” e  forse sono l’ultima ruota del carro per dare consigli.
 
Fable, acrilico su tela, 2014
PS: Beh c’è sempre la soluzione “CORTO CIRCUITO”, quella ad impatto per così dire “mediatico”, che avviene nel momento in  cui un artista fa qualcosa, tipo per strada e viene giudicato esilarante da qualcuno che conta, e come una calamita attira la fortuna dalla sua vita, senza bussare porte che spesso si chiudono in faccia dopo tre secondi e BOOOOOMMMM, i giochi hanno inizio!
Oppure un gruppo di artisti con la loro performance d’assalto occupa mezza università e il giorno dopo finiscono in prima pagina sui quotidiani nazionali con tanto di  foto!
Ma questa cosa è già successa!
Nel 2001 se la mente non mi inganna.
Si, si, correva proprio l’anno 2001, all’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Era il gruppo di artisti dell’”M.P.A.F.”  al secolo mario pesce a fora!
Beh diciamola tutta, ero con loro in “Quel pomeriggio di un giorno da cani” con i giornalisti che ci alitavano sul collo, ben mascherato con la mia pistoletta automatica e il mio costume dipinto.
 
Francesco Cogoni.
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