INTERVISTA A GENNARO CASTELLANO

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Negli anni ’80, quando ho strutturato una pratica che fino a quel momento era solo una predisposizione.

Il primo strumento con cui mi sono sperimentato è stato la pittura, scegliendo consapevolmente di pormi all’opposto di qualunque declinazione espressionista, del resto, quante volte nella storia si può ripetere un gesto?

Una pittura che definirei analitica, se questo significa qualcosa, o comunque preparata a tavolino e cotta a dovere.

Una volta individuata la formula esatta l’ho proposta ad una galleria (Lia Rumma, Napoli) e ho cominciato a lavorare sotto quel brand.

A quel punto, come potrai immaginare, non è stato difficile entrare in un giro di mostre e collezionisti.

L’esperienza ha avuto il suo tempo, circa un decennio, tale da permettere che un notevole numero di opere fossero acquisite da buone e ottime collezioni italiane.

La storia si è conclusa come tutte le relazioni basate sul niente di accordi verbali.

Al mio attivo una serie di esposizioni importanti (per citarne alcune: “Spunti Di Giovane Arte Italiana”, a cura di Corrado Levi. “Intercity tre” Fond. Bevilacqua La Masa. “Inverosimile” Castello di Volpaia, di G. di Pietrantonio – L. Pistoi. “Anni ’90” di R.Barilli. “Something is happening in Italy” e  “Molteplici culture” di Carolin Christov Bakargiev) e una buona accoglienza da parte della  critica. 

A seguire un paio di personali presso i Buades di Madrid, che hanno messo il mio lavoro in buone collezioni, pubbliche e private e una personale, molto impegnativa, presso la galleria In Arco, di Torino.

Si trattava di una serie di ritratti di importanti collezionisti piemontesi (tra cui i figli della Sandretto Re Rebaudengo) che avevano commissionato a scatola chiusa.

Era il 1996, la data della mia ultima esposizione di pittura. Questo non significa che abbia smesso di dipingere, solo che decisi di prendere le distanze dai mercanti d’arte, non mi piaceva il ruolo di mucca da mungere.

Intanto andavo alla ricerca di nuove soluzioni.

Ci sono voluti alcuni anni per elaborare ciò che avevo in mente, che si è concretizzato nel 1999 quando ho concepito il progetto “Zingonia: Arte Integrazione Multiculture”.

A quel punto è cominciata una nuova avventura estetica e performativa, quella definita da molti public art, un’etichetta sotto cui trovano spazio differenti metodologie e pratiche artistiche, di cui, in Italia, sono uno dei precursori.

La public art si configura come un insieme complesso di interventi volti a definire il senso e la natura dello spazio pubblico, contribuendo al disegno complessivo dei luoghi in esame.

Il fatto che “il progetto è l’opera” rappresenta un passo avanti nell’idea che l’arte possa contribuire a colmare la distanza profonda tra l’essenza delle cose e la loro apparenza.

Tra chi fa e chi percepisce.

Nel 1999 promuovo una rete interdisciplinare chiamata ProgettoZingonia e nel 2004 ho fondato l’associazione per l’arte contemporanea Reporting System, che attualmente è parte del network “The Independent” del Museo MAXXI, a cura di Honu Hanru.

Nel 2003 il progetto “Zingonia: A. I. M.”, ha vinto il Minimum Prize, a seguito della mostra “Arte Pubblica : lo spazio delle relazioni” a cura di Michelangelo Pistoletto e  Anna Detheridge c/o Cittadellarte. Nel 2006 il progetto “Voyages Croisés ”  ha partecipatato, alla 2° Biennale di Siviglia (BIACS2), a cura di Okwui Enwezor.

 

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Comincio con il parlare delle mie passioni, per esempio, quella per  Marcel Duchamp, pittore prima, provocatore e innovatore poi, in entrambi i casi un genio.

Dovendo suggerire episodi che hanno condizionato il mio percorso direi che val la pena menzionare il grande interesse per la storia dell’arte e l’arte contemporanea, la larga porzione di tempo dedicato a studi, ricerche, pellegrinaggi a quell’enorme patrimonio artistico italiano ed europeo, e non solo.

Per non parlare dei vernissage in galleria a cui non ho mai smesso di presenziare. Intanto mi ero trasferito a Milano dove frequentavo il giro di Emi Fontana, uno dei personaggi più interessanti della scena artistica di quegli anni, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente e di cui mi onoro di essere amico.

E le incredibili mostre presso le varie gallerie di Massimo De Carlo, uno dei pochissimi che in Italia può realmente fregiarsi del titolo di gallerista.

C’era altro, forse, che valesse il nostro prezioso tempo?

Non ricordo, non direi.

Per quanto riguarda la profondità di pensiero, e riferendomi solo a coloro con cui ho personalmente avuto a che fare, direi che sia Carolin Christov Bakargiev che Okwui Enwezor hanno lasciato un segno incisivo.

 

Cosa cerchi attraverso l’arte?

L’arte è dentro l’artista, che se insegue qualcosa è se stesso.

Comunque da giovane ho cercato, prima di tutto, conferme alle mie intuizioni, sottoponendo umilmente il book agli addetti ai lavori.

Una volta capito quel sistema e conosciuto personalmente molte di quelle persone mi sono fermato.

Poche le eccellenze, molti semplici burocrati. Ho preferito sottopormi al giudizio di me stesso, forse era quello lo scopo o forse era solo un modo per condurre la mia personale battaglia contro la paura, sentimento che temevo ma di cui intuivo anche le potenzialità.

Infatti, solo fino ad un certo punto ho deciso di liberarmene, lasciandone un residuo dentro di me affinché quel tremore azzerasse gli atteggiamenti arroganti e la volgare vanagloria.

Hai notato, no, che oggi il sistema dell’arte gira su questo perno?

E’ la paura il banco di prova.

Ci si aspetta siano gli artisti a mostrare, praticamente, come va affrontata e vinta.

E’ questo il motivo che rende le istituzioni così rigide se non, addirittura, ciniche.

Bisogna avere un gran coraggio per averci a che fare e star dentro, o una grande furbizia (conoscenza dell’inglese a parte, questi sono i talenti richiesti ad un artista oggi), che ti permetteranno, casomai turandoti il naso, di infilarti nelle sue strette maglie.

Liz Taylor, una delle grandi star del cinema americano diceva:” il successo è il miglior deodorante”, come non darle ragione!

Ritengo, comunque, che la patente di totale autonomia che il sistema dell’arte ufficiale si è conferito sia una scelta autoreferenziale e conservatrice.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Se mi pongo nei panni di estimatore e artefice della forma nell’arte, quale nel fondo sono, e  osservo gli Still Life di un tempo mi dico, orgoglioso di esserne l’autore!

Lo sguardo, strumento del pensiero, posandosi sulla tela, da cui non trarrà alcuno spunto narrativo, sarà portato a riflettere su un idea astratta, di bellezza e intelletto.

Devo ammettere che la prima fase, quella della pittura, mi ha costretto ad una lunga e faticosa introspezione, da cui sono uscito indenne solo grazie a quel gran salto che è stato il passaggio ai progetti nella sfera pubblica.

Un esperienza che a viverla non mi è sembrata problematica, né tanto meno traumatica, ma che adesso, a cose fatte, mi si presenta come azzardata, se non addirittura acrobatica.

Sapermi capace di eseguire quel numero, senza andare in pezzi, mi ha procurato momenti di rara euforia, di conseguenza sono portato a considerare questa seconda fase come più sperimentale e d’impatto. Sarà che sono un incostante, ma anche questo ha finito per annoiarmi, da quando è una ricetta alla portata di tutti, con risultati che rimandano sempre a qualcosa di già visto.

La mia biografia artistica e i miei gusti personali mi portano a sostenere che la forma giochi comunque un ruolo importante nei processi artistici e culturali, ma anche a percepire con chiarezza che l’argomento va trattato con molta cautela.

Credo che la bellezza nell’arte sia indissolubilmente legata all’idea di sperimentazione e innovazione, una sfida che l’immaginazione pone alla nostra civiltà.

 

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Quando ero in forze al sistema, sotto la bandiera di un noto mercante, il rapporto con sponsor e collezionisti era ottimo – devo ammettere che gli introiti erano niente male – e tutto lasciava intendere che avrebbe potuto solo migliorare.

Una volta fuori il rapporto è cessato del tutto, diciamo pure un volta faccia generale.

In quell’ambiente, per esistere, bisogna che il tuo lavoro sia nelle grandi collezioni e nelle aste, a questo scopo è necessario stringere rapporti con una galleria, ripeto fuori da quel circuito il tuo lavoro semplicemente non esiste.

I progetti di arte pubblica invece (pessimo il termine in italiano), e lo dice la definizione stessa, li ho finanziati rivolgendomi ad Enti e Istituzioni pubbliche, attraverso un duro lavoro di fundraising, che copriva anche il mio sostentamento, certo da operatore sottopagato, ma andava bene lo stesso ed è durato ben più di un decennio.

Oggi sono alle prese con un complesso lavoro di sintesi che richiede tutta la mia attenzione.

Comunque è mia intenzione provare a immettere, di nuovo, sul mercato ciò che resta delle fasi precedenti e un recente ed inedito corpo di opere, di cui non voglio anticipare niente, sempre che capiti la situazione giusta.

Dico solo della mia passione per la scrittura, c’è poi così tanta differenza tra concepire e realizzare un quadro o un racconto?

Nel mio caso no, perché a spingermi è l’interesse che nutro da sempre per entrambe le disciplina.

 

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Se intendi abbeverarsi alla fonte dell’arte nel senso di arricchire lo spirito, consiglierei di leggere Dino Campana, opere e biografia, di guardare con attenzione il teatro di Carmelo Bene e il cinema di P. P. Pasolini.

Di seguire la disciplina di G. Morandi e l’ironia di P. Manzoni, tanto per fare qualche esempio tra i miei preferiti.

Se, invece, parli di come mantenersi con i proventi del proprio lavoro, allora l’unico consiglio possibile è di legarsi ad una galleria.

Migliore è la galleria migliore sarà il giudizio di critica e mercato.

Attenzione la cosa è più profonda di quanto sembri, perché solo in un contesto adeguato l’opera, da quando non splende più di luce propria, esprimerà al massimo grado le sue potenzialità e sarà vista con favore.

Voglio essere ancora più chiaro, per quanto strano possa risultare, la stessa opera esposta in contesti diversi significa cose diverse, è la potenza o, se preferisci, la prepotenza del luogo espositivo a darle senso e sostanza.

Di fatto non è l’opera ad essere giudicata ma la posizione che l’artista è riuscito a conquistarsi nella gerarchia del sistema.

Sulle più comuni strategie di penetrazione direi sia meglio stendere un velo pietoso.

Marcel Proust, per esempio, sosteneva che solo nel Boudoir si concretizzano certe complicità, se sia così e quanto sia diverso, oggi, non lo so.

Comunque per tornare ai consigli, quando si è giovani, per bypassare lo scoglio, si può far riferimento a quell’idea di autonomia e indipendenza, che così spesso si affaccia alla scena dell’arte, specie dal ‘900 in poi.

Ma è chiaro, deve essere chiaro, che è solo una delle tante possibili strategie per arrivare al cuore del sistema, insomma un escamotage che ha poco del rivoluzionario, che deve poi necessariamente approdare alle strutture ufficiali.

Sai come si dice: ”Only if it sells, it’s art”, questo l’unico comandamento dei nostri tempi.

Quindi se si vuol vivere, come dici tu, di arte e per garantirsi che ciò che si sta facendo sia proprio arte, bisogna essere in organico al sistema, impiegati di quell’industria e soggetti alle sue regole non scritte.

E’ bene che questo sia chiaro, ogni ambiguità farà solo perdere tempo e posizione.

A meno che non si alzi la posta, si rifiuti l’impiego, e ci si arrischi in mare aperto, dove solo pochi sopravvivono.

Siti: www.gennarocastellano.it

www.reportingsystem-arte.net

Francesco Cogoni.

I commenti sono chiusi.