Intervista a Gavino Ganau

 

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

La mia è una formazione non lineare, ho iniziato ad interessarmi di arte durante i primi anni 90, mentre frequentavo la facoltà di Agraria di Sassari.

Sino ad allora, avevo poco più di vent’anni, il coinvolgimento profondo verso l’arte visiva non era scattato, ma da lì in poi, per curiosità e gioco, inizio un vero e proprio studio sistematico della storia dell’arte unito ad una propedeutica sperimentazione pittorica.

Ho passato i primi anni novanta a costruire questo personale iter didattico, sfociato a metà del decennio nelle prime opere che considero un po’ l’archetipo di tutto quello che è venuto dopo.

Nel 1998 esordisco nel circuito underground bolognese e nel 2000, grazie ad una cara amica, conosco il critico Luca Beatrice che, dopo aver visto diverse opere, mi seleziona per una mostra milanese nelle gallerie Viafarini e Care/of e mi segnala al Man di Nuoro, allora diretto da Cristina Collu.

La personale al Man del 2001, curata con attenzione da Claudia Colasanti, rappresenta una vera e propria cesura, trampolino per entrare in contatto con diverse figure curatoriali, Gianluca Marziani e altri, coi quali lavorerò negli anni a venire.

Tra questi Maurizio Sciaccaluga, prematuramente scomparso nel 2007, critico genovese, milanese d’adozione, grazie a lui partecipo ai Premi Lissone 2002, Cairo 2003 e collettive in buone gallerie della penisola e Paolo Dosa, gallerista di Vicenza, gentile, colto e preparato.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Gerhard Richter, Barbara Kruger, Robert Longo, David Salle, Gianmarco Montesano e la pittura mediale codificata da Gabriele Perretta.

Ecco, se faccio un bilancio delle principali influenze, delle figure che mi hanno impressionato, questi sono i primi nomi che mi vengono in mente e, me ne rendo conto in maniera più chiara solo oggi, mi hanno segnato per gli intendimenti che hanno espresso, il mondo di segni che hanno creato e la processualità che li contraddistingue.

E’ stato un processo naturale ibridare la loro e altrui lezione, le suggestioni estetiche e concettuali di cui erano portatori col cinema, la musica, la letteratura e la saggistica che amavo, creando così degli elementi traccianti per un approfondimento estetico e di senso, per una messa a punto nell’osservazione di quel quotidiano e vissuto collettivo dal quale nasce veramente il mio lavoro.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Solitudine, socialità, isolamento, operosità, contemplazione, attesa sono alcuni dei vocaboli che mi vengono in mente, input necessari per alimentare il processo creativo, per raccontare qualcosa dell’umano senza didascalizzare troppo.

Uso una metanarrazione e formo per immagini un ambiente metaforico entro il quale far muovere sentimenti privati e collettivi, unici e generalizzati, personali ma di tutti.

E’ un intendimento ampio, me ne rendo conto ma, per quanto mi riguarda, irrinunciabile.

Cerco un senso dove, forse, sarebbe più semplice far scorrere la banalità, se non l’indifferenza e la cattiveria ma anche l’affetto, l’amore e la generosità che contraddistingue le nostre azioni nei confronti degli altri, del mondo.

M’interessa l’instaurazione di un cortocircuito che tocchi la mente dell’osservatore e alimenti la presa di coscienza su speranze, insostenibilità, consapevolezze, inconciliabilità e riflessioni su argomenti del vissuto come la propaganda, il potere, il lavoro, lo svago, l’intrattenimento, etc.

La pittura è un’intermediaria, un veicolo di concetti spesso inconsci, un fatto processuale che si svela completamente (innanzitutto a me) solo in chiusura del progetto che sarà alla base del quadro.

Perché, per quanto mi riguarda, l’opera è un fatto assolutamente progettuale.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Abbiamo una casetta di famiglia in una località balneare del nord Sardegna. E’ qui che, negli ultimi anni, ho messo a punto alcuni dei miei progetti migliori.

E’ un posto di grande tranquillità, immerso nel verde.

Io, mia moglie e mia figlia ci andiamo per circa un mese all’anno.

Seguo un rituale preciso ma non rigido ritagliandomi quattro o cinque ore al giorno per riflettere sulle opere.

Al mattino presto, subito dopo pranzo e di notte trovo una dimensione che mi consente uno sguardo più pulito, lucido sulle cose.

Non dipingo quasi per niente, notebook alla mano elaboro idee legate tra loro da una forte tensione formale e concettuale.

In nessun altro posto sviluppo visioni con tanta soddisfazione, continuità e coerenza.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Ci sono situazioni e contesti differenti.

Quando sviluppo un rapporto chiaro con un gallerista della penisola, di quelli che riescono a trovare un personale equilibrio tra cultura e commercio, le cose sono abbastanza semplici, ognuno ha la sua percentuale su una quotazione realistica che si forma in un contesto attivo.

Muoversi in Sardegna è più complicato, il mercato dell‘arte contemporanea è abbastanza ridotto.

Le poche strutture private e istituzionali che promuovono gli artisti di oggi (Il Man di Nuoro, La Fondazione Bartoli Felter di Cagliari e il Lem di Sassari sono le prime che mi vengono in mente) fanno il possibile per veicolare il discorso sul contemporaneo, sugli artisti, sardi e non, in un mercato fortemente indirizzato sui nomi storicizzati.

Personalmente ho i miei collezionisti affezionati e sviluppo un contestuale discorso di ritrattistica, un ambito che rispetto al resto regge abbastanza bene.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

E’ sempre difficile dare consigli perché non è detto che quello che ha funzionato per te possa andare bene per un altro e anche per paura di indirizzare qualcuno verso i tuoi stessi errori.

Ciò che gli direi è di studiare il sistema dell’arte, la sua realtà contemporanea e, conseguentemente, individuare i canali da battere, i critici e le gallerie che possono avere interesse verso il lavoro che si vuole proporre, conoscere benissimo gli artisti che si sentono vicini stilisticamente (uno dei primi esami a cui ti sottopongono solitamente i galleristi e i critici che si contattano è capire se sai di cosa si sta parlando), muoversi molto ed eventualmente trasferirsi, presenziare in situazioni che contano, inaugurazioni dove poter conoscere soggetti potenzialmente interessati , essere troppo periferici non aiuta, l’insularità è una condizione difficile per mantenere dei contatti efficaci nella penisola.

Ma oltre al fattore territoriale è importante mettersi in gioco con decisione, rischiare, sbagliare, solo così si testano i limiti per superarli.

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Francesco Cogoni.

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