Intervista a Francesco Petrone

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Il ricordo più lontano che ho, di quello che oggi riconosco essere il mio “primo intervento artistico”, risale a quando avevo circa 5 anni.

Trascorrendo molte ore con mia sorella maggiore, le chiesi dei fogli per disegnare, cosa che occupava più della metà del mio tempo.

Per dispetto lei non me li diede, allora io iniziai a disegnare con la penna blu, il retro della tovaglia cerata della cucina.

Ogni giorno, di nascosto continuai a riempirla di robot, mostri, eroi, mostri eroi e personaggi lunghi e corti, creando un “tuttotondo” quasi biblico.

Oggi, rivorrei indietro quella tovaglia.

Credo che lì io abbia scritto il mio patto con la creatività, con l’arte.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Di persone che abbiano influenzato il mio percorso, potrei citarne centinaia, e senza retorica riferirle al quotidiano, forse perché è il quotidiano stesso che cerco di utilizzare e raccontare.

E forse per questo ti direi la cultura POP in generale.

E credo che qualsiasi artista, se riduce al minimo la propria urgenza artistica, si ritroverà ad essere un “semplice messaggero” del quotidiano.

Di certo, posso e mi piace ricordare che il mio primo maestro, nella tecnica, nella capacità di realizzare, “creare” ed inventare soluzioni, è mio padre.

Forse il mio primo maestro, lui che aveva una piccola azienda nautica, dove ho imparato a lavorare da giovanissimo, le resine, ad usare gli stampi e altri materiali industriali, e forse anche il mio primo assistente, quando ancora avevo tante, tantissime idee, ma capacità realizzative incomplete.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Francamente, cerco di completarmi, di stare bene.

Perché nel mio laboratorio, che è un piccolo “museo delle cose”, trovo l’equilibrio tra pace e piacere.

La pace di riuscire a raccontare il quotidiano del tempo che passa, che mi scorre davanti, ciò che temo la gente non percepisca, che si lasci sfuggire, e la necessità di raccontarmi attraverso gli oggetti di cui riconosco origine, percorso e fine, e piacere, per la grande, enorme necessità di produrre, produrre e fare.

Tra la manipolazione di oggetti diversi, comprati, recuperati, realizzati e assemblati.

Uno spazio, il mio piccolo laboratorio, che trasuda cose, e che riassume e racconta esattamente me, il mio “tempo.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

L’ultimo mio progetto, a cui sto lavorando e che a settembre/ottobre, dovrebbe concludersi con una mostra personale, si chiama AMEN.

AMEN è un progetto che nasce nel 2016, ed è un racconto ed ossimoro.

La fede e la morale, il vero stabile e conservatore.

La retorica e la speranza calcificata.

Il contrasto e il continuo conflitto tra gli opposti.

L’essere e l’avere.

L’esserci e vivere nel continuo combattimento.

“Amen è una parola utilizzata tanto nell’Islam, come chiosa della prima sura del Corano, che nella liturgia cristiana, come risposta dell’assemblea alla fine delle preghiere liturgiche” Un punto di incontro tra due opposti, che hanno origini comuni.

Una strada in continua oscillazione tra vicino e lontano.

L’avverbio ebraico ámén significa soprattutto “certamente”, “in verità” o meglio “così sia”.

Attraverso questo progetto non cerco di raccontare la religione, tantomeno dandole un’accezione di alcun tipo, ma cerco di lasciare una serie di “fotografie” sulla necessità di credere in qualcosa.

Una società fatta di piccoli gruppi, di singoli, di grandi masse che cercano di affidarsi a “qualcosa” per avere fiducia, speranza nel presente, più che nel futuro, quale necessità per non cadere nel terrore.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Se posso, ci vado a fare la spesa. Il mercato, con i tempi che necessiteranno, cambierà, cosi come sta cambiando il modo di mostrare l’arte.

Stanno, per fortuna, tornando i rapporti diretti tra artisti e pubblico.

Sempre più gallerie chiudono perché mancanti di una visione moderna e globale dell’arte.

Privi di coraggio e inventiva.

Legati spesso ai vecchi mammut dell’arte, arroccati a meccanismi di mecenatismo che hanno a che fare più che con la qualità, con la vendibilità.

Ecco, il tempo sta restituendo l’arte alla massa, le città, specie le grandi città, si colorano sempre più, e gli studi degli artisti stanno diventando le gallerie stesse degli artisti che smontano giochi di percentuali, coefficienti e modalità che l’arte stessa sta vomitando.

Io, personalmente, faccio arte, perché altrimenti sarei iscritto in palestra a fare i muscoli.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Intanto di pensarci mille volte.

Di essere cosciente.

Non esistono dogmi o manuali sulle “cento cose da fare per essere un buon artista”.

Anche perché, forse, lo comprerei.

Ma credo che sia necessario essere coscienti di tutto.

Dell’urgenza del cosa raccontare, dell’essere forte a subire le influenze del mercato, delle manipolazioni di critici, pubblico, gallerie, etc.

Di essere forte ai NO, ai Si dei posti sbagliati, ai CONTRIBUTI dei concorsi farlocchi, ma soprattutto coscienti di essere coerenti della propria necessità di fare arte.

Se è necessario, già ci vivi di arte, i soldi, se questa era la domanda, cito la risposta di un famoso saggio di strada foggiano (la mia città d’origine):

“tu fa, po’ i sold s trov’n” (tu inizia a fare, poi i soldi si trovano).

Laboratorio: Via dei Lauri 74-Roma

sito: http://www.francescopetrone.it/

Pagina facebook: https://www.facebook.com/Francesco-Petrone-Artista-335167459857930/

Francesco Cogoni.

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