INTERVISTA A FRANCESCO COSTANZO

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Quando comincia la tua ricerca artistica e quali sono le principali influenze?

Non saprei.

Forse con le costruzioni, da bambino, come molti altri. solo che  che preferivo costruire creazioni mie, invece che che seguire le istruzioni della scatola.

Alla fine magari uscivano degli abomini steampunk ma erano cose create da me ed era quello che mi interessava.
Dai 10 anni ho cominciato ad interessarmi al video e alla fotografia.

Giravo video usando la 8mm di mio padre e creai una serie di cortometraggi (una specie…) insieme ai miei cugini.

Una passione che ho portato avanti realizzando negli anni tanto materiale che purtroppo mi fu rubato, facendomi perdere entusiasmo verso quest’arte.

La fotografia invece si è sviluppata negli anni.

Ho sempre cercato di rappresentare l’importanza del dettaglio all’interno di un’insieme, cercando di trasmettere la mia idea che la cosa importante sia la foto nella usa interezza, non solo il soggetto rappresentato.

Fotografare le persone mi interessava solo per cogliere momenti in cui non erano in posa, diversi anni fa smisi di fotografare.

Nel 2012 poi ho capito che la ragione era che mi andava “stretta”.

Non era lo strumento più adatto a manifestare nella terza dimensione la mia nuova fase di ricerca, interiore ed esteriore.
Così di punto in bianco decisi di assecondare questo pensiero ricorrente che avevo sulla pittura.

Non avendo mai dipinto, bocciavo sempre l’idea.

Così ho iniziato a dipingere utilizzando solo rosso e nero.

Ispirato dal concetto di dualismo e la sua presenza ad ogni livello dell’esperienza umana.

Un misto di figurato grezzo e astratto. col proseguire delle ricerche scientifiche, spirituali e psicologiche il senso di “stretto” si rifece sentire.

Lo studio della natura olografica e frattale dell’universo ha portato l’utilizzo di altri colori, l’abbandono dei pennelli col passaggio al dripping, e ad uno stile totalmente astratto, ma progressivamente sempre più geometrico, fino ad arrivare ai caleidoscopici “mandala” che sto facendo in questo periodo.

Qual’è il tuo scopo in arte?

 ahahah… domanda difficile!

Diciamo che per me, l’arte, è uno dei sassolini che si possono lanciare nello stagno.

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Come influisce il mondo sul tuo lavoro e come vorresti che influisse il tuo lavoro sul mondo?

 Penso che il mondo sia la manifestazione fisica di quello che abbiamo dentro di noi, come collettivo, come specie. e la percezione personale che abbiamo noi di esso, sia il riflesso di quello che abbiano noi dentro come individui,la nostra personale esperienza.
Mi piace l’idea che chi osserva un dipinto astratto sia costretto ad abbandonare determinati schemi, esca dalla comfort-zone degli automatismi culturali, estetici, psicologici, che abbandoni la routine di dover riconoscere continuamente qualcosa, per riconoscere se stessi, per essere costretto a cercare cose nuove dentro, per poterle vedere fuori.

Ho visto che lavori tantissimo, se avessi possibilità illimitate cosa faresti in più di quanto già non fai?

Mi piacerebbe creare uno spazio da fornire a chiunque ne avesse bisogno per realizzare le proprie creazioni.

Ci sono tanti posti per esporre, ma non tanti dove poter lavorare. sopratutto in città.

Penso ad un posto dove poter realizzare ogni tipo di installazione si voglia, una fucina di artisti che producono sia individualmente che collettivamente.

Senza ghettizzarsi però, organizzando eventi per avvicinare anche i cittadini a nuove forme di espressione.

Con il tuo lavoro sembra esserci quasi un rapporto religioso che si sviluppa nella prassi giornaliera, quasi come una preghiera, qual’è il tuo rapporto con la teologia?

Penso che collocare il “divino” al di fuori di se stessi sia controproducente, in termini di crescita, e che ci renda vulnerabili alla manipolazione.

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Francesco Cogoni.

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