Intervista a Francesca Fini

 

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Davvero non saprei dire, l’arte è sempre stata con me fin dall’inizio.

Dovrei forse parlare delle poesie che scrivevo da bambina, dei quadri che dipingevo affidandomi all’istinto, al senso del colore e della forma?

O forse dovrei citare il romanzo che ho pubblicato nel ’96 e che, per vie traverse, mi ha fatta assumere da una casa di produzione televisiva come autrice e regista (fu allora che presi in mano la prima videocamera, abbandonai la letteratura e mi dedicai completamente al video).

Diciamo che ufficialmente il mio percorso nasce agli inizi del 2000 con il progetto “Solstizio d’Estate”, nato da un’idea dell’artista newyorkese Kristin Jones, con cui io ho collaborato alla realizzazione di 80 illustrazioni prodotte rielaborando il vastissimo repertorio iconografico dedicato al mito della lupa e dei gemelli, presente in tutto l’arco dell’arte antica e moderna.

Un lavoro mastodontico, meticoloso e innovativo sulla memoria iconografica della mia città, la sua archeologia, i suoi miti, i suoi simboli più amati e la sua storia. Le immagini sono poi state trasformate in enormi stencil di plastica, utilizzati per dipingere con le pompe d’acqua dell’AMA – per sottrazione dello smog – le gigantografie delle lupe sui muraglioni del Tevere.

Un progetto che è stato poi rielaborato recentemente da William Kentridge.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

La lista è lunga, per sintetizzare diciamo che ho sempre adorato il lavoro di Vito Acconci, sopratutto quello che esplora il confine tra performance e videoarte.

Una delle opere che più mi hanno colpita, in assoluto, è poi la performance Interior Scroll di Carolee Schneemann, che ha recentemente vinto il Leone d’oro alla carriera della Biennale di Venezia.

Mi piace moltissimo tutto il lavoro di Gina Pane, la letteratura e la musica prodotta dal Futurismo italiano, il teatro di Antonio Rezza e le canzoni di Lucio Battisti.

Poi citerei anche la cultura cyberpunk, che è stata la mia linfa vitale per molto tempo, e in particolare il film “Tetsuo – the iron man” di Shinya Tsukamoto, che è uno di quei film che rivedo almeno una volta l’anno.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Non cerco nulla in realtà, l’arte – o meglio il lavoro creativo quotidiano che si svolge per e intorno ad un progetto artistico – è oramai una necessità vitale per me.

E’ la cosa per cui mi sveglio la mattina felice di mettermi in moto.

Non esiste attività altrettanto soddisfacente per me, né altrettanto stimolante.

Sembrerà crudele e assurdo, persino disumano, ma neanche l’amore è altrettanto coinvolgente.

Anzi, direi che questa pratica quotidiana è del tutto simile ad una storia d’amore.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Uno dei temi cruciali della mia ricerca è senza dubbio la “memoria”, declinata in tutte le possibili forme dell’espressione visuale, dal video alla performance, dalla scultura all’installazione interattiva, e attraverso l’utilizzo dei più diversi media e interventi creativi: dalla manipolazione e rivisitazione del “found footage”, al surrealismo situazionista sulla fotografia vintage, dalla rielaborazione sentimentale dell’archivio fotografico di famiglia, all’intervento sulla memoria nazionale, come testimonia il mio ultimo progetto cinematografico sperimentale basato sulla manipolazione e riutilizzo creativo dell’Archivio dell’Istituto Luce, commissionato e distribuito da Istituto Luce Cinecittà.

“Ofelia non annega” è un film che reinterpreta in uno scenario surreale il dramma di Shakespeare, dal punto di vista della giovane Ofelia.

Il film è stato prodotto in collaborazione con Istituto Luce Cinecittà e integra l’archivio storico nazionale italiano – denso delle sue antropologie e della sua propaganda culturale – con performance originali e azioni simboliche nutrite da una sorta di ancestrale femminismo che decontestualizza, dissacra e stravolge ogni possibile intento ideologico dell’Archivio stesso.

Al centro del film c’è un’Ofelia diversa da quella della tradizione letteraria: non l’adolescente fragile e dolce, ma tante donne diverse per colori, caratteristiche fisiche, temperamento ed età. Nel film però non c’è traccia della stucchevole cultura paternalistica del ‘Women Empowerment‎’.

Piuttosto racconto l’avventura di una donna che rinuncia al suo destino di eroina romantica per essere una persona normale.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Presumo che sia simile a quello di molti artisti che, come me, si dedicano alla creazione di opere che non possono essere appese al muro con un chiodo o sistemate su un piedistallo: è una relazione complicata.

Fortunatamente mi piace viaggiare e così lavoro soprattutto all’estero, dove passo oramai dai cinque ai sei mesi l’anno, per residenze artistiche, festival e fondazioni.

Inoltre sono sotto contratto con la canadese Video Out Distribution, per la commercializzazione delle mie opere video, e con Vertex Art Gallery UK che rappresenta sia le mie opere digitali che le mie performance.

Complessivamente riesco a cavarmela bene, ma grazie ad un lavoro costante, metodico e quotidiano di promozione e produzione.

E grazie ai viaggi, perché in Italia la performance art è considerata un passatempo per bambine annoiate e quindi non si riesce a cavarne fuori nulla.

Una cosa che mi servirebbe tanto è un agente.

Un agente per artisti “time-based”, figura che purtroppo non esiste in Italia.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Viaggiare, viaggiare e ancora viaggiare.

sito web francesca fini: www.francescafini.com

sito web ofelia non annega: http://ofelianonannega.tumblr.com/

Francesco Cogoni.