Intervista a Filippo Boi

 
Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Il mio rapporto con l’arte nasce fin da bambino.
Sono nato in una famiglia che ha sempre cercato di stimolare la mia creatività e ho iniziato ad approfondire questa passione quando dal 2015 mi sono riavvicinato al mondo del writing ed in generale alla cultura Hip-Hop.
Grazie al collettivo artistico INCONTRARTE ho ricevuto il supporto e gli stimoli necessari per consolidare il mio percorso.
Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?
Sicuramente mia mamma: lei è pittrice e mi ha sempre accompagnato e incoraggiato nelle mie scelte in questo campo.
Con questo non intendo escludere le altre persone che condividono con me la vita familiare e affettiva, perché la loro vicinanza in questo percorso tortuoso sicuramente mi è di sostegno.
Quanto agli artisti che mi hanno influenzato, avrei un po’ di nomi da fare, ma cito solo quelli che hanno a che fare con la pittura: Andy Warhol, Belin, Crisa, Pablo Picasso, Salvador Dalì e Van Gogh.
Gli episodi sono svariati, cresco in una famiglia fortemente cattolica e questo per me non ha rappresentato un limite, bensì un grande arricchimento.
Ho avuto la fortuna di fare esperienze molto positive, incentrate sul fondamento base della morale cristiana: “fai agli altri ciò che vorresti sia fatto a te”.
Tra queste mi piace ricordare un convegno di qualche anno fa, al quale erano presenti alcune donne siriane che hanno testimoniato la loro fede all’interno del contesto bellico tuttora in atto.
La realtà esistenziale del figlio di una di loro, Antoine, dell’età di tre anni, credo abbia letteralmente stravolto la mia vita.
Non posso tralasciare tanti miei “fallimenti”, sono una persona molto dinamica e prima di arrivare all’arte visiva ho vissuto diverse altre esperienze: lo sport, il canto e la magia, soprattutto questa.
Sono tutte a parer mio espressione di mondi artistici: mi rammarica soltanto aver raggiunto buoni risultati dovunque, tuttavia ponendo in essi un impegno mediocre, convinto “destinato” a quei mondi.
Un altro momento chiave è stata la scelta di abbandonare gli studi all’Università.
Frequentato un corso di studi che non restava più interesse in me e e mi sentivo in un contesto opprimente, più negativo che altro.
Qui, come detto in precedenza, è stato fondamentale il supporto di tutta la mia famiglia che ha voluto innanzitutto il mio benessere.
Circa nello stesso periodo è nato INCONTRARTE, su invito di un carissimo amico mi son messo in gioco e tra una cosa ed un’altra arriviamo ad oggi.
Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?
Mi sento ancora immerso in una fase di ricerca, le forme d’arte che utilizzo sono tante, cerco di sperimentare il più possibile.
Ciò che vorrei è che gli ultimi, gli emarginati, chi è lasciato solo, possa avere la voglia di rimettersi in gioco, di comunicare e condividere le proprie esperienze.
Sono più che convinto che il 99% dei problemi che viviamo oggi siano dovuti ad un mondo che punta all’individualismo e all’egoismo.
La mia arte vorrebbe essere un’alternativa a questo, uno stimolo per uscire dalla nostra bolla e capire che la condivisione ci arricchisce molto di più.
C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?
Mi riallaccio a quanto detto precedentemente.
La mia ricerca artistica mi porta a non pretendere una perfezione estetica.
Questo può sembrare quasi in contrasto col mio nome d’arte (Pavo, che deriva palesemente dal pavone), invece per me è una provocazione per stimolare la ricerca del bello e del bene laddove sembra non esserci e le persone hanno perso le speranze.
Socrate riteneva che chi conosce il bene non può che fare il bene.
Ecco dunque che la mia ricerca, ma invito ogni lettore a fare altrettanto con tutto ciò che fa nella sua vita, è quella di stimolare positività e bellezza della gioia di vivere.
Qual è il tuo rapporto con il mercato?
Il mio rapporto con il mercato è attualmente allo stato embrionale.
Sono all’alba del mio percorso artistico, mi sento in una fase ancora molto in evoluzione e questo mi ha portato a “pubblicizzare” molto poco le mie opere.
Viviamo però in un mondo che si basa sul denaro, e per vivere quello serve.
Mi permetterei di modificare la domanda con “quello che vorrei fosse il mio rapporto col mercato”.
E qui posso dire che mi piacerebbe slegarmi dal concetto di arte elitaria e cercare di produrre opere che debbano e possano essere fruibili per il maggior numero di persone, non solo come spettatori ma anche come possessori della mia arte.
Se ciò a livello economico non dovesse permettermi un sostentamento economico, in questo momento non è il mio principale problema, a ventuno anni.
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Innanzitutto fai arte ogni giorno, disegna, scrivi canzoni, poesie, componibile musica, qualsiasi forma d’arte prediliga dedicati ad essa ogni giorno, tecnicamente aiuta tantissimo a migliorare.
In secondo luogo parla con la gente, fai amicizie, condividi le tue paure e le tue esperienze perché il confronto con chi ci sta attorno è il più grande stimolo per un’artista (questo sento il bisogno di dedicarmelo particolarmente); mettiti in gioco perché non si ha nulla da perdere; parti da un’idea e struttura il tuo lavoro.
Nel mondo dell’arte spesso l’idea più che la raffinatezza dell’opera in sé ha reso grandi tanti artisti.
Ultimo, ma non per importanza, non pensare troppo ai soldi, quelli arriveranno prima o poi, vivere d’arte è impossibile se la tua testa è incentrata più sul denaro.
Aggiungo di rendere la propria vita un’opera d’arte e lo aggiungo per ribadire il concetto di condivisione e unione tra le persone: un’opera chiusa in un museo, inaccessibile, anche se è la più bella del mondo, resta vuota.
Un’opera che è accessibile e che comunica, oltre ad avere i sentimenti dell’artista si arricchisce delle passioni e delle emozioni di chi la vive.
Solo una vita vissuta per gli altri ha valore.
Francesco Cogoni.

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