INTERVISTA A FEDERICO CALOI

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Quando e come nasce la tua passione per l’arte?

Provengo da una famiglia di artisti, i miei genitori si sono conosciuti all’accademia di Brera e mio padre ha sempre e solo fatto l’artista per tutta la vita.

Da bambino, insieme ai libri di favole, guardavo per ore e ore le “figure” dei libri d’arte.

Da parte della famiglia di mia madre poi, ci sono attori, registi, doppiatori.

Io stesso, da ragazzo facevo l’artista e campavo d’arte; un evento particolarmente forte, traumatico, mi ha fatto smettere di fare l’artista.

In cosa consiste il tuo lavoro?

 
Principalmente mi definisco un divulgatore dell’arte, critico per alcuni.

Più semplicemente, mi piace pensare di essere una persona pazzamente innamorata dell’arte.

Negli ultimi anni, ho realizzato dei programmi televisivi.

Ho alternato un mio personale format culturale, nel caso specifico era: “ARTISTIVÌ, the talk show”, alle televendite, strumento che ritengo prezioso per tentare di raggiungere quel risultato che l’artista attende, la vendita.

Ho curato l’allestimento di alcune mostre nazionali e internazionali a Milano, Venezia e altre città, scrivo testi critici, ho realizzato e mandato in TV più di 15 video documentari intorno al percorso di altrettanti artisti.

Buona parte del materiale video che ho realizzati in questi anni è su YouTube.

Ora vorrei realizzare THE ARTIST SHOW, un progetto televisivo che parla di arte e cultura; onestamente sto incontrando la difficoltà di raccogliere il budget necessario; una produzione del genere richiede un notevole sforzo economico.

Sono alla ricerca di sponsor che desiderino legare la propria immagine all’arte e alla cultura.
Rispetto a ciò che sto facendo adesso, non avevo minimamente idea che il mio percorso di divulgatore prendesse una strada nuova, difficile e perigliosa, come quella che ho deciso di intraprendere.

Ho scelto infatti di cominciare la mia guerra ad un sistema umiliante e fuorviante, che è il sistema dell’arte in Italia, fatto di curatori che vendono diplomi di nessun vero valore, di furbetti che lodano gli artisti senza operare nessuna vera selezione, gigioni che si riempiono le tasche non producendo nessun risultato concreto, né di prestigio, né di carriera, né economico, a favore degli artisti.

Tutto questo all’arte fa male.

Fa male alla cultura, fa male all’intelligenza.

Con quali artisti hai sentito di aver fatto un ottimo lavoro, comprendendo a fondo la loro ricerca?

Dipende dal tipo di rapporto che ho instaurato con l’artista.

Ad alcuni ho semplicemente offerto la possibilità di aprirsi al mercato portandoli in televisione.

Anche quando non hanno venduto, forse perché il pubblico non li ha capiti o forse perché la loro arte non è ancora matura (o forse per la crisi), sono stati però conosciuti dal grande collezionismo, credo sia stata una grande opportunità.

Con altri abbiamo fatto un lavoro più approfondito, sono nati anche splendidi rapporti intellettuali o di amicizia.
Chi mi conosce bene sa che non sono presuntuoso e che faccio dell’umiltà una mia bandiera ma, per quanto riguarda il comprendere la ricerca, sinceramente, mi viene facile; ho vissuto tutta la vita dentro il laboratorio, l’atelier dell’artista, tra colori, pennelli, scalpelli e vernici, a differenza dei colleghi, “sento” il processo creativo perché ci sono ancora dentro.

Credo in questo senso di avere sempre compreso la ricerca degli artisti con i quali ho lavorato e, peraltro, sempre a differenza di molti colleghi, ho lavorato con un numero relativamente esiguo di artisti, negli ultimi anni.

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In che direzione sta andando l’arte oggi?

Anche se a livello singolo ci sono artisti strepitosi e innovativi, come Kazuki Takamatsu o Nicola Verlato, Edoardo Tresoldi o Crystal Wager, giusto per citare i primi due figurativi e due astrattisti giovani che mi vengono in mente, l’arte riflette sempre il periodo sociale e umano che sta vivendo e in questo momento l’uomo sta vivendo un momento di grande confusione.

Specialmente in occidente e ancora di più qui in Europa, sotto il profilo sociale, stiamo vivendo un periodo terribile e non ce ne avvediamo.

Per parafrasare Musil, l’uomo europeo è un uomo senza qualità, siamo la cultura del nulla.

L’arte di oggi è un perfetto specchio di tutto ciò.

Detto questo, va anche considerato che con l’esplosione della civiltà dell’immagine e della tecnologia, le cosiddette “arti plastiche” hanno un ruolo differente rispetto solo a qualche decennio fa e credo che siano alla ricerca di una nuova identità, divisa tra il rischio di un ruolo marginalizzato e una nuova rinascita.

In genere chi sono gli artisti e qual è il loro lavoro?

In questa cosa sono molto duro.

Innanzitutto è artista chi dell’arte ne fa una ragione di vita.

L’arte è totalizzante; richiede, pretende tutto da una persona.

Non si può essere artisti solo la domenica e il resto della settimana timbrare il cartellino, non esiste.

Ci sono delle eccezioni ma sono rarissime, entriamo nel campo del puro talento, in questo caso.

Non ho mai visto un musicista salire sul palco per il concerto senza esercitarsi tutta la settimana.

L’arte è disciplina e la disciplina richiede costanza, dedizione, fatica. In realtà per essere artista o hai un dono o devi avere una strabiliante forza di volontà, meglio se entrambe le cose insieme.

Il lavoro dell’artista, oggi, è diventato un’accezione allargata.

Conosco artisti che fanno cose stranissime, che vengono pagati e chiamati per fare installazioni o percorsi interdisciplinari che si contaminano con altre materie del vivere umano; trovo molto bella questa cosa, perché ovviamente non possiamo pensare che l’arte sia solo pennello e tela.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere di arte?

Beh, in parte ho risposto nella domanda precedente: sacrificio, forza di volontà, ma anche vero senso critico.

Quando mi fanno questa domanda, mi viene sempre in mente, anche se parliamo di un’altra arte, la storia di Steven Spielberg; era così squattrinato che dormiva sul divano a casa di un amico che lo ospitava gratis, pur di rimanere a Hollywood e per fare quello che sognava.

All’inizio, un giovane artista può e deve accettare lavori di ogni genere (sempre nel campo artistico) pur di racimolare qualcosa.

Altra cosa importantissima è proporsi, sempre, a tutti, curatori, critici, galleristi, istituzioni, e va fatto in prima persona.

Poi dipende anche come si intende vivere d’arte: conosco artisti “di maniera” che dipingono quadri per i turisti al mare, guadagnano molto, veramente più di quanto un a persona possa immaginare, non saranno mai celebri o dediti alla “ricerca” ma campano d’arte.

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Francesco Cogoni.